venerdì 28 dicembre 2007

Romagna-Toscana: paganesimo, magia, superstizione


 Non vi è motivo di ritenere un falso l’opera di Charles Godfrey Leland che testimonia la sopravvivenza del paganesimo etrusco-romano nell’Appennino tosco-romagnolo fino alla fine del XIX secolo (Leland C.G., 1898). E’ quindi opportuno esaminare il soggetto in rapporto a ciò che oggi riscontriamo nella stessa zona ed in particolare in relazione al ritrovamento di cui sopra. Il Leland (1824-1903), storico delle religioni e Presidente della Gypsy-Lore Society di Londra, recuperò, sul finire dell’800, nell’Appennino a cavallo fra Romagna e Toscana, uno straordinario retaggio di elementi del paganesimo etrusco-romano, inspiegabilmente sopravvissuto nella tradizione popolare di quella zona.
Il fatto è straordinario, non si tratta infatti di regioni remote e marginali della nostra penisola, bensì del cuore della campagna italiana più evoluta e ricca. E’ evidente, come appare attraverso il rigoroso ed ineccepibile lavoro del Leland, che nella Romagna toscana e nelle aree limitrofe delle province di Firenze e Arezzo, la “vecchia religione” era sopravvissuta intatta sino ai giorni nostri, a fianco di quella cristiana, relegata de facto in secondo piano e a lato delle superstizioni notoriamente presenti nella cultura popolare. Queste credenze e pratiche segrete registrate quando erano ancora vive e diffuse e se pur taciute, note a molti, testimoniano la sopravvivenza, nel centro più civile dell’Italia cristiana, non solo di una forte fede in antiche divinità, spiriti, elfi, streghe, incantesimi, sortilegi, profezie, pratiche mediche ‘alternative’, amuleti, ma addirittura del paganesimo classico.
E’, quello miracolosamente tramandatoci dal Leland, un mondo spirituale parallelo, celato o negato da benpensanti, che ben lo conoscevano e dal quale traevano forse motivo d’imbarazzo. Una cosa è, infatti, accettare l’esistenza di stregonerie e superstizioni, peraltro condannate anche in epoca romana, ben altra cosa è venire a patti con la sopravvivenza del paganesimo tout court. L’autore descrive puntualmente, documentandola con metodo rigorosamente scientifico, questa civiltà territoriale che sarebbe altrimenti rimasta ignota, come l’esistenza di libri etruschi, senza lasciar traccia, fornendo una mole di informazioni essenziali per una sua accurata verifica.
E’ interessante notare che il confine naturale fra Romagna e Toscana, ossia il crinale appenninico, che è stato confine politico soltanto fra il VI e l’VIII secolo d. C., costituisce uno dei più drastici confini linguistici d’Europa. La catena appenninica che divide le due regioni non costituisce un baluardo naturale tale da giustificare la cesura linguistica che invece vi si osserva. Né le Alpi, né i Pirenei e nemmeno il Caucaso o il Pamir, hanno confini linguistici lungo i loro spartiacque. E’ solo in epoca moderna che questi sono venuti sempre più a coincidere con gli spartiacque laddove essi sono divenuti confini politici invalicabili. Come spiegare il fenomeno tosco-romagnolo?
Il dialetto romagnolo appartiene all’area linguistica franco-provenzale ed ha il suo confine meridionale sul versante adriatico con il fiume Cesano, in provincia di Pesaro. Quest’area linguistica, come tutte le altre dell’Italia attuale, è residua di una distribuzione precedente l’unificazione romana della penisola, anche se è improbabile che questa coincida con esattezza con quella di duemila anni fa. Il dialetto romagnolo e i vernacoli dell’area limitrofa della Toscana, sono incompatibili ed incomprensibili l’uno all’altro. I vernacoli del versante toscano hanno un preciso e netto confine solo lungo il crinale appenninico fra Pistoia e Cagli, essi sfumano, infatti, gradualmente nel ligure-parmense, nell’umbro o nel laziale altrove.
Il marcato confine linguistico fra Toscana e Romagna coincide col confine politico militare fra l’Italia Longobarda e quella Bizantina, vale a dire fra la Tuscia e l’Esarcato di Ravenna, solo fra il VI e l’VIII secolo; né prima, né dopo questa linea geografica costituì un confine politico rilevante. Sia in epoca etrusco-romana sia in epoca medievale, la gente poteva oltrepassare questo crinale in tutta l’area sopra indicata, senza remore di sorta. Resta da spiegare perché un simile divario linguistico non si riscontri invece su confini politici presidiati per secoli da eserciti contrapposti.
Una spiegazione potrebbe trovarsi nel fenomeno della transumanza, così poco studiato nei suoi effetti linguistici. Tutti i pastori della montagna romagnola, che dal Pistoiese al Montefeltro si recavano in Maremma e parlavano il toscano fino all’epoca in cui chi scrive vi iniziò le proprie ricerche (1964-67). Tutta questa area montana del versante adriatico, appartenuta politicamente a domini comitali a cavallo dell’Appennino, quindi ai comuni di Pistoia, Firenze ed Arezzo fino da quando esistono documenti, era bilingue. Il toscano era parlato dai pastori delle campagne e il romagnolo dagli abitanti dei borghi e delle cittadine. Con l’andare del tempo, e con l’evoluzione economica che ha portato ad estendere l’area della coltivazione del grano sempre più in alto, causando il restringimento o la scomparsa dei pascoli, il romagnolo è risalito fino allo spartiacque.
Tuttavia rimane da risolvere il dilemma che tradizioni pagane, etrusche e romane – e non semplici superstizioni e stregonerie - siano sopravvissute in maniera così evidente, non solo e non tanto in Etruria propria, ossia sul versante toscano, ma su quello romagnolo, che oltre ad essere area linguistica “gallica”, ha subito traumatici sovvertimenti genetici e culturali a seguito delle invasioni barbariche e di consistenti immigrazioni levantine. Mi pare di poter ritenere che queste tradizioni sia esistite soprattutto nell’ambito culturale della transumanza e quindi nell’ambito culturale e linguistico toscano, intatto all’epoca del Leland e oggi stravolto.
Sul versante toscano e in particolar modo in Casentino, la stragrande maggioranza dei toponimi appare rimasta inalterata dal 1000-1200 a.C. fino ad oggi. Si badi bene, ciò denota una continuità culturale, non genetica. La sostituzione genetica accertata nel Casentino come altrove a causa dello spopolamento dovuto in primo luogo alle Guerre Gotiche, poi ad epidemie e quindi da forti immigrazioni, non ebbe luogo, evidentemente, in modo traumatico, ma graduale. La sostituzione genetica deve essersi compiuta nell’arco di alcuni secoli, consentendo la trasmissione dei toponimi e di altri tratti culturali dagli indigeni agli immigrati. Tale fenomeno è in atto oggi con l’immigrazione di africani, albanesi, rumeni, polacchi ecc. i cui figli, anche se nati nei paesi di origine parlano perfettamente il vernacolo locale. Una così densa concentrazione di toponimi preistorici come si riscontra nel Casentino non ha eguale in altre parti d’Europa. Ciò mette ancor più in risalto la totale assenza di tali toponimi sul versante romagnolo. Qui solo Cesena e Ravenna hanno toponimi preromani certi.
Se tutto ciò fosse vero sarebbe risolto il mistero di come tracce di paganesimo etrusco-romano si siano potute conservare fino alla fine del XIX secolo proprio in Romagna, dove già nel VI secolo la popolazione latina era ridotta al 50%, col 40% di Levantini (greci siriaci, armeni, ebrei, egiziani, ecc.) e il 10% di Goti (A. Pertusi, 1963). Nel Casentino e in Mugello, dove la sostituzione genetica si realizzò con modalità diverse e culturalmente non traumatiche. Comunque sia, questa è solo una delle possibili spiegazioni di questo fenomeno antropologico di straordinaria singolarità che caratterizza l’area della ricerca del Leland.
Dall’opera stessa del Leland traspare, a vari livelli d’interpretazione, l’autenticità assoluta del lavoro. Nel testo dell’antropologo americano, analogamente a quanto accade in altri anche moderni che trattano la stessa tematica, si trovano costrutti quali “paganesimo”, “vecchia religione”, “stregoneria”, “magia” e simili, che rischiano di causare, nella mente del lettore non specialista, una gran confusione fra concetti e significati spesso radicalmente diversi. Occorre chiarire che anche la religione pagana condannava la “stregoneria” –vi sono documenti relativi a streghe date al rogo in autori classici- ed è quindi erroneo riferirsi alla stregoneria come “vecchia religione”, intendendo con ciò il “paganesimo” classico. (R. Lane Fox, 1986). La stregoneria era probabilmente ritenuta “vecchia religione” persino dai Romani e dai Greci che la sanzionavano con leggi severe. Un conto è quindi la credenza in divinità e spiriti del pantheon pagano classico, ben altra cosa sono invece la magia e la stregoneria, che derivano da tradizioni preistoriche antichissime o, come vedremo nel caso specifico del Sasso del Regio, alla presenza di popolazioni indoeuropee pagane.
Superstizione, in latino ‘superstitio-onis’, deriva da ‘superstare’ o “star sopra”; il lemma indicava originariamente una cosa che è ‘al di sopra della realtà terrena’, piuttosto che un’aberrazione della religione come nel suo significato moderno. La superstizione è al di sopra ed è quindi inaccessibile; l’etimologia stessa del termine ne spiega quindi il concetto. La pratica della magia, invece, si perde nella notte del Paleolitico ed è basata su due principi essenziali. Il primo principio consiste nel credere che una cosa ne produca una eguale, ossia, che l’effetto somigli alla sua causa; il secondo nel credere che due cose che sono state legate, continuino ad influenzarsi a vicenda dopo essere state separate. Il primo principio è definito “Legge della Similarità”, mentre il secondo “Legge del Contatto o Contagio”. Secondo la Legge della Similarità, il ‘mago’ assume di poter produrre qualsiasi effetto desiderato, imitandolo, mentre secondo la Legge del Contatto egli ritiene che una azione prodotta su di un oggetto avrà ripercussioni sulla persona alla quale l’oggetto appartiene o che con tale oggetto ha avuto contatto.( J. G. Frazer, III, 1, 1922)
Il Lavoro del Leland tratta queste materie, senza tuttavia fare le dovute distinzioni che invece il lettore moderno dovrà fare, per non cadere nell’errore di far di tutta l’erba un fascio. Il complesso dei graffiti del “Sasso del Regio” la cui esecuzione inizia con tutta probabilità nella preistoria, esprime a nostro avviso ambedue le tradizioni, quella pagana di ambito greco-romano e quella della stregoneria di ambito indoeuropeo. Tuttavia, l’impostazione iconografica così come appare oggi, mostra analogie con la Kabbalah in versione cristiana, o ermetica, facendo sospettare il sovrapporsi di un intervento, forse anche recente, da parte di intellettuali appartenenti alla tradizione cabalistica cristiana del circolo mediceo fiorentino oppure di illuministi o rosicruciani dell’800 o del ‘900.(A.C. Ambesi,1990)

brano tratto da: IL SASSO DEL REGIO


vedi anche Sopravvivenze etrusche e romane

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