domenica 30 dicembre 2007

Beppe Grillo nel Luneri di Smembar 2008

luneri di smembar 2008


traduzione del testo sotto la vignetta:
Cari smembri, sono instizzito Anzi peggio! sono arrabbiato!
Perché tutti i giorno che passano Si allarga, ed anche molto,
Quel burrone che si è scavato Tra Palazzo e Società


Dalle nostre parti, in Romagna è assai diffuso un calendario murale chiamato “Luneri di smembar”, un lunario di grande formato a foglio unico che, appeso alle porte delle stalle, era di guida per i lavori dei campi e della vita quotidiana dei contadini e che curiosamente è ancor oggi illustrato da una vignetta bizzarra e arricchito da una zirudela satirica dialettale, una sorta di lunga poesia in dialetto che commenta con ironia avvenimenti politici e di cronaca sia locale sia nazionale dell’anno appena trascorso.
Gli Smembar, sono una compagnia di spiantati, nullafacenti, nullatenenti, qui da i bus intal ganasc (quelli dai buchi nei ginocchi), devoti al San Giovese, dal viso scavato dalla miseria e dalla povertà, in cui per certi versi bene si identificavano i poveri mezzadri e abitanti di villa a partire dalla seconda metà dell’Ottocento.

Nel 1911 Carlo Piancastelli, nel suo saggio di bibliografia romagnola, "pronostici e almanacchi" a proposito del Luneri di Smembar scrive ... è il più antico e diffuso di tutti, così ne è anche il più importante, giacchè con esso possediamo non più solo dei frammenti di psicologia popolare, ma un completo documento quale indice dei sentimenti pubblici più vivaci e caratteristici della piccola borghesia e degli operai ...

Il Luneri di Smembar nacque la notte di S. Silvestro del 1844 durante una riunione di artisti che erano riuniti nell’Osteria di Marianàza a Faenza per festeggiare l’anno nuovo, in modo modesto, come era costume a quei tempi.
Al termine della serata, mancavano i quattrini per pagare l’oste, allora uno della combriccola (l’artista e scenografo Romolo Liverani) si fece portare un foglio di carta e su di esso disegnò un uomo dal vestito a brandelli a cavalcioni di un magro ronzino seguito da altri personaggi anch’essi malmessi: era il generale degli Smembri che si dirigeva verso la Locanda della Miseria.
Poi il Liverani, assieme ai suoi amici, scrisse sul foglio un «Discorso generale» nel quale faceva profezie e pronostici sulle stagioni e sugli avvenimenti politici. Finito il lavoro, gli artisti consegnarono il foglio all’oste esclamando: «Prendi, sarà la tua fortuna». Ed è stata davvero un’impresa fortunata la pubblicazione di questo Lunario; iniziatosi nel 1845 col nome di Lunario Faentino e proseguito poi dal 1847 col nome attuale di Lunêri di Smémbar ora il popolarissimo Lunario stampa oltre 100.000 di copie distribuite in tutta la Romagna. Ogni romagnolo lo affigge in casa o nella bottega dove lavora.
Purtroppo i primi numeri sono ormai rarissimi, e i collezionisti che ambiscono di averli, pagano cifre da capogiro quelle annate ormai introvabili.
Dal 1989 il lunario, sempre nella sua veste grafica tradizionale, è passato dal bianco e nero al colore.

Cosa significa la parola «Smémbar»?
Chiediamolo ai nostri vocabolari e alla Redazione de Lunêri:
- Vocabolario Romagnolo-Italiano del Morri - 1841
Smémbar = voce inesistente.
(Questo vuol dire che la parola Smémbar fu creata appositamente per il lunario la notte del 1844)
Nell’edizione del 1863, dello stesso Morri, troviamo:
Smémbar = Gretto, Tritone, Galuppo, Sbricio, Gnudo bruco. Essar dla cumpagnèja di Smémbar, essere entrato nel numero degli imbrogliati. Fêr un quël a la Smémbar, far checchessia a miseria.
- Vocabolario Romagnolo-Italiano del Mattioli - 1879
Smémbar = vedi Sbràndël.
Sbràndël = Cencioso, vestito di abiti logori e laceri.
- Vocabolario Romagnolo-Italiano di Ercolani - 1971
Smémbar = Povero diavolo. Per via del «Lunêri di Smémbar», «smémbar» è diventato sinonimo di ubriacone, poiché i personaggi di quel lunario sono poveri diavoli sempre alle prese con fiaschi e damigiane di vino.
- Redazione de Lunêri di Smémbar
Per noi «smémbar» vuol dire che i fondatori del lunario, anziché essere un gruppo di «membri», si definirono «smembri» viste le precarie condizioni nelle quali si trovavano.

sabato 29 dicembre 2007

28 Dicembre 2007 - Omicidio di Stato

dal blog di Beppe Grillo ... grazie agli amici di Perugia


Leggi il testo dell'intervista

Qualcuno bussa alla tua porta. E' lo Stato. Ti porta via dalla tua famiglia. Da tuo figlio di 14 anni. Ti accusa di aver coltivato delle piantine di canapa indiana nell'orto di casa. Ti mette in cella. Ti uccide. Non è l'Argentina dei colonnelli e neppure l'Unione Sovietica di Stalin. E' l'Italia di Mastella e di Amato. Aldo Bianzino è stato assassinato in carcere. Ucciso due volte. Prima dai suoi carnefici e poi dai media che lo hanno ignorato.
La vedova di Aldo si chiama Roberta Radici. Nell'intervista che ci ha rilasciato ha detto: "Non so cosa pensare dello Stato. Cosa pensare della giustizia."

Post precedente: Cristo si è fermato a Capanne.

Ps: "La situazione di questa famiglia è tragica. Abbiamo conosciuto Roberta, sua madre (91enne) e suo figlio, un angelo nel vero senso della parola, basta osservare lui per capire come poteva essere Aldo.
Questa famiglia, oltre alla paura, vive un disagio economico notevole.
Roberta è malata e invalida civile al 100% (250 euro di pensione al mese!), la madre per quanto arzilla è sempre ultranovantenne e dovresti vedere dove abitano, praticamente isolati e indifesi.Questa è la vera emergenza, aldilà della tragedia di Aldo, c'è da salvare una famiglia rovinata da una vicenda oscura e oscurata. C'è da pensare ad un ragazzo che ha 14 anni e si ritrova con una madre malata e un padre che non può più provvedere a lui.
Esiste anche un C/C postale su cui effettuare donazioni:
c/c postale n° 27113620 intestato a Roberta Radici.
Noi stiamo già facendo il possibile. Aiutateci!!!"
Meetup di Perugia

Storia, origini, curiosità della Romagna Celtica

Anselmo Calvetti Romagna celtica
Con un saggio di Eraldo Baldini sulla festa di Hallowen
A iniziare dal VII secolo a.C. genti celtiche calarono, in più ondate, dai passi alpini nella Transpadana centro-occidentale e, nel IV secolo, Boi e Senoni penetrarono nella Cispadana e raggiunsero la costa adriatica, dalle foci del Po sino al fiume marchigiano Esino.
Per due secoli si protrassero gli scontri fra i Celti cisalpini e la Repubblica romana, che si conclusero nel 191 a.C. con la definitiva resa dei Boi.
L'apporto delle genti celtiche alla formazione delle popolazioni dell'Alta Italia si rileva ancora oggi dalla toponomastica, dai dialetti (detti "gallo-italici") ed, in genere, dalle tradizioni popolari.
In questo volume sono trattati con particolare attenzione i maggiori eventi che coinvolsero i Celti cispadani, quali la spedizione di Brenno verso Chiusi e Roma e le battaglie al Sentino, alla selva Litana e al castrum Mutilum (Modigliana).




I Celti in Romagna Le primissime tracce di insediamenti Celtici (proto-Celtici) in Europa si fanno risalire al 1800 a.C., nell’area che si stende fra il Reno e il Danubio fino alle montagne Boeme. Nasce qui...L'eredità dei Celti in Romagna I Celti, apparentemente sommersi e spazzati via dalla civiltà Romana, le sopravvissero nel cuore stesso della cultura, perché più intimamente legati al mondo del...
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Raccolta bibliografica di testi consigliati
C'era una volta la foresta Nell’età del Ferro i Celti e altri popoli convivevano con un paesaggio molto diverso dal nostro. La pianura Padana era coperta da una grande...

venerdì 28 dicembre 2007

Romagna-Toscana: paganesimo, magia, superstizione


 Non vi è motivo di ritenere un falso l’opera di Charles Godfrey Leland che testimonia la sopravvivenza del paganesimo etrusco-romano nell’Appennino tosco-romagnolo fino alla fine del XIX secolo (Leland C.G., 1898). E’ quindi opportuno esaminare il soggetto in rapporto a ciò che oggi riscontriamo nella stessa zona ed in particolare in relazione al ritrovamento di cui sopra. Il Leland (1824-1903), storico delle religioni e Presidente della Gypsy-Lore Society di Londra, recuperò, sul finire dell’800, nell’Appennino a cavallo fra Romagna e Toscana, uno straordinario retaggio di elementi del paganesimo etrusco-romano, inspiegabilmente sopravvissuto nella tradizione popolare di quella zona.
Il fatto è straordinario, non si tratta infatti di regioni remote e marginali della nostra penisola, bensì del cuore della campagna italiana più evoluta e ricca. E’ evidente, come appare attraverso il rigoroso ed ineccepibile lavoro del Leland, che nella Romagna toscana e nelle aree limitrofe delle province di Firenze e Arezzo, la “vecchia religione” era sopravvissuta intatta sino ai giorni nostri, a fianco di quella cristiana, relegata de facto in secondo piano e a lato delle superstizioni notoriamente presenti nella cultura popolare. Queste credenze e pratiche segrete registrate quando erano ancora vive e diffuse e se pur taciute, note a molti, testimoniano la sopravvivenza, nel centro più civile dell’Italia cristiana, non solo di una forte fede in antiche divinità, spiriti, elfi, streghe, incantesimi, sortilegi, profezie, pratiche mediche ‘alternative’, amuleti, ma addirittura del paganesimo classico.
E’, quello miracolosamente tramandatoci dal Leland, un mondo spirituale parallelo, celato o negato da benpensanti, che ben lo conoscevano e dal quale traevano forse motivo d’imbarazzo. Una cosa è, infatti, accettare l’esistenza di stregonerie e superstizioni, peraltro condannate anche in epoca romana, ben altra cosa è venire a patti con la sopravvivenza del paganesimo tout court. L’autore descrive puntualmente, documentandola con metodo rigorosamente scientifico, questa civiltà territoriale che sarebbe altrimenti rimasta ignota, come l’esistenza di libri etruschi, senza lasciar traccia, fornendo una mole di informazioni essenziali per una sua accurata verifica.
E’ interessante notare che il confine naturale fra Romagna e Toscana, ossia il crinale appenninico, che è stato confine politico soltanto fra il VI e l’VIII secolo d. C., costituisce uno dei più drastici confini linguistici d’Europa. La catena appenninica che divide le due regioni non costituisce un baluardo naturale tale da giustificare la cesura linguistica che invece vi si osserva. Né le Alpi, né i Pirenei e nemmeno il Caucaso o il Pamir, hanno confini linguistici lungo i loro spartiacque. E’ solo in epoca moderna che questi sono venuti sempre più a coincidere con gli spartiacque laddove essi sono divenuti confini politici invalicabili. Come spiegare il fenomeno tosco-romagnolo?
Il dialetto romagnolo appartiene all’area linguistica franco-provenzale ed ha il suo confine meridionale sul versante adriatico con il fiume Cesano, in provincia di Pesaro. Quest’area linguistica, come tutte le altre dell’Italia attuale, è residua di una distribuzione precedente l’unificazione romana della penisola, anche se è improbabile che questa coincida con esattezza con quella di duemila anni fa. Il dialetto romagnolo e i vernacoli dell’area limitrofa della Toscana, sono incompatibili ed incomprensibili l’uno all’altro. I vernacoli del versante toscano hanno un preciso e netto confine solo lungo il crinale appenninico fra Pistoia e Cagli, essi sfumano, infatti, gradualmente nel ligure-parmense, nell’umbro o nel laziale altrove.
Il marcato confine linguistico fra Toscana e Romagna coincide col confine politico militare fra l’Italia Longobarda e quella Bizantina, vale a dire fra la Tuscia e l’Esarcato di Ravenna, solo fra il VI e l’VIII secolo; né prima, né dopo questa linea geografica costituì un confine politico rilevante. Sia in epoca etrusco-romana sia in epoca medievale, la gente poteva oltrepassare questo crinale in tutta l’area sopra indicata, senza remore di sorta. Resta da spiegare perché un simile divario linguistico non si riscontri invece su confini politici presidiati per secoli da eserciti contrapposti.
Una spiegazione potrebbe trovarsi nel fenomeno della transumanza, così poco studiato nei suoi effetti linguistici. Tutti i pastori della montagna romagnola, che dal Pistoiese al Montefeltro si recavano in Maremma e parlavano il toscano fino all’epoca in cui chi scrive vi iniziò le proprie ricerche (1964-67). Tutta questa area montana del versante adriatico, appartenuta politicamente a domini comitali a cavallo dell’Appennino, quindi ai comuni di Pistoia, Firenze ed Arezzo fino da quando esistono documenti, era bilingue. Il toscano era parlato dai pastori delle campagne e il romagnolo dagli abitanti dei borghi e delle cittadine. Con l’andare del tempo, e con l’evoluzione economica che ha portato ad estendere l’area della coltivazione del grano sempre più in alto, causando il restringimento o la scomparsa dei pascoli, il romagnolo è risalito fino allo spartiacque.
Tuttavia rimane da risolvere il dilemma che tradizioni pagane, etrusche e romane – e non semplici superstizioni e stregonerie - siano sopravvissute in maniera così evidente, non solo e non tanto in Etruria propria, ossia sul versante toscano, ma su quello romagnolo, che oltre ad essere area linguistica “gallica”, ha subito traumatici sovvertimenti genetici e culturali a seguito delle invasioni barbariche e di consistenti immigrazioni levantine. Mi pare di poter ritenere che queste tradizioni sia esistite soprattutto nell’ambito culturale della transumanza e quindi nell’ambito culturale e linguistico toscano, intatto all’epoca del Leland e oggi stravolto.
Sul versante toscano e in particolar modo in Casentino, la stragrande maggioranza dei toponimi appare rimasta inalterata dal 1000-1200 a.C. fino ad oggi. Si badi bene, ciò denota una continuità culturale, non genetica. La sostituzione genetica accertata nel Casentino come altrove a causa dello spopolamento dovuto in primo luogo alle Guerre Gotiche, poi ad epidemie e quindi da forti immigrazioni, non ebbe luogo, evidentemente, in modo traumatico, ma graduale. La sostituzione genetica deve essersi compiuta nell’arco di alcuni secoli, consentendo la trasmissione dei toponimi e di altri tratti culturali dagli indigeni agli immigrati. Tale fenomeno è in atto oggi con l’immigrazione di africani, albanesi, rumeni, polacchi ecc. i cui figli, anche se nati nei paesi di origine parlano perfettamente il vernacolo locale. Una così densa concentrazione di toponimi preistorici come si riscontra nel Casentino non ha eguale in altre parti d’Europa. Ciò mette ancor più in risalto la totale assenza di tali toponimi sul versante romagnolo. Qui solo Cesena e Ravenna hanno toponimi preromani certi.
Se tutto ciò fosse vero sarebbe risolto il mistero di come tracce di paganesimo etrusco-romano si siano potute conservare fino alla fine del XIX secolo proprio in Romagna, dove già nel VI secolo la popolazione latina era ridotta al 50%, col 40% di Levantini (greci siriaci, armeni, ebrei, egiziani, ecc.) e il 10% di Goti (A. Pertusi, 1963). Nel Casentino e in Mugello, dove la sostituzione genetica si realizzò con modalità diverse e culturalmente non traumatiche. Comunque sia, questa è solo una delle possibili spiegazioni di questo fenomeno antropologico di straordinaria singolarità che caratterizza l’area della ricerca del Leland.
Dall’opera stessa del Leland traspare, a vari livelli d’interpretazione, l’autenticità assoluta del lavoro. Nel testo dell’antropologo americano, analogamente a quanto accade in altri anche moderni che trattano la stessa tematica, si trovano costrutti quali “paganesimo”, “vecchia religione”, “stregoneria”, “magia” e simili, che rischiano di causare, nella mente del lettore non specialista, una gran confusione fra concetti e significati spesso radicalmente diversi. Occorre chiarire che anche la religione pagana condannava la “stregoneria” –vi sono documenti relativi a streghe date al rogo in autori classici- ed è quindi erroneo riferirsi alla stregoneria come “vecchia religione”, intendendo con ciò il “paganesimo” classico. (R. Lane Fox, 1986). La stregoneria era probabilmente ritenuta “vecchia religione” persino dai Romani e dai Greci che la sanzionavano con leggi severe. Un conto è quindi la credenza in divinità e spiriti del pantheon pagano classico, ben altra cosa sono invece la magia e la stregoneria, che derivano da tradizioni preistoriche antichissime o, come vedremo nel caso specifico del Sasso del Regio, alla presenza di popolazioni indoeuropee pagane.
Superstizione, in latino ‘superstitio-onis’, deriva da ‘superstare’ o “star sopra”; il lemma indicava originariamente una cosa che è ‘al di sopra della realtà terrena’, piuttosto che un’aberrazione della religione come nel suo significato moderno. La superstizione è al di sopra ed è quindi inaccessibile; l’etimologia stessa del termine ne spiega quindi il concetto. La pratica della magia, invece, si perde nella notte del Paleolitico ed è basata su due principi essenziali. Il primo principio consiste nel credere che una cosa ne produca una eguale, ossia, che l’effetto somigli alla sua causa; il secondo nel credere che due cose che sono state legate, continuino ad influenzarsi a vicenda dopo essere state separate. Il primo principio è definito “Legge della Similarità”, mentre il secondo “Legge del Contatto o Contagio”. Secondo la Legge della Similarità, il ‘mago’ assume di poter produrre qualsiasi effetto desiderato, imitandolo, mentre secondo la Legge del Contatto egli ritiene che una azione prodotta su di un oggetto avrà ripercussioni sulla persona alla quale l’oggetto appartiene o che con tale oggetto ha avuto contatto.( J. G. Frazer, III, 1, 1922)
Il Lavoro del Leland tratta queste materie, senza tuttavia fare le dovute distinzioni che invece il lettore moderno dovrà fare, per non cadere nell’errore di far di tutta l’erba un fascio. Il complesso dei graffiti del “Sasso del Regio” la cui esecuzione inizia con tutta probabilità nella preistoria, esprime a nostro avviso ambedue le tradizioni, quella pagana di ambito greco-romano e quella della stregoneria di ambito indoeuropeo. Tuttavia, l’impostazione iconografica così come appare oggi, mostra analogie con la Kabbalah in versione cristiana, o ermetica, facendo sospettare il sovrapporsi di un intervento, forse anche recente, da parte di intellettuali appartenenti alla tradizione cabalistica cristiana del circolo mediceo fiorentino oppure di illuministi o rosicruciani dell’800 o del ‘900.(A.C. Ambesi,1990)

brano tratto da: IL SASSO DEL REGIO


vedi anche Sopravvivenze etrusche e romane

Romagna laica

... alla spudoratezza, all'idiozia, all'intolleranza, all'ignoranza, non c'è mai limite ... la riprova è di questi giorni di festività sia religiose che laiche e per tradizione di origini precristiane e pagane (da noi in Romagna, terra di uno straordinario retaggio di cultura popolare intrisa di elementi di paganesimo etrusco-romano, è ancor viva l'antica usanza pagana propiziatoria dal fugarèn che si accendono in tutta la campagna e la tradizione dell'urazion (orazione) di soggetto sacro, delle canzoni epico-liriche, dei canti a la stesa, a la rastladora e a la sfuiadora a celebrazione del lavoro dei campi) ... festività all'insegna della pace e della tolleranza ... funestate dal tragico eccidio della leader dell'opposizione in Pakistan dal fondamentalismo religioso e politico ... incuranti delle libertà e dei diritti umani ... la lega nord romagna accende le micce dell'odio razziale nei confronti di ogni credo religioso per spegnere le tracce di festività e tradizioni e di una memoria storica locale laica ed anche storicamente pagana ed anticlericale (intesa come lotta per la tolleranza e l'umanitarismo), per propagandare un'identità populista, becera e blasfema, antitetica e antidemocratica: Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. (Art. 3, Costituzione Italiana)
La miglior risposta alla loro stupida provocazione è quella di riproporre la bella iconografia della nostra Romagna laica che ci ha donato Giannetto Melemerenti negli anni '50 del trascorso novecento.

mercoledì 26 dicembre 2007

Nel dramma della Famiglia di Nazaret ...

«Il Bambino che fugge in Egitto con la sua famiglia dà un’infinita dignità a tutti gli immigrati che bussano alle nostre porte con il loro bisogno, e dunque con il loro diritto di essere rispettati. Soltanto quando si dimentica il valore di quella fuga, si può parlare di immigrati clandestini come di "delinquenti" da cui difendersi. Se si tiene conto di quello che Gesù è stato nella fuga in Egitto, il clandestino appare per quello che è: un essere umano con tutti i diritti che la dignità di persona comporta. Una dignità che non si può semplicemente negare, a meno di compiere un ulteriore atto di delirio d’onnipotenza»
[da "le vittime e il potere" il teologo Bruno Forte]


[antica stampa popolare]

Nel 1952, Papa Pio XII scrisse ... "La famiglia di Nazaret in esilio, Gesù, Maria e Giuseppe emigranti in Egitto e ivi rifugiati per sottrarsi alle ire di un empio re, sono il modello, l'esempio e il sostegno di tutti gli emigranti e pellegrini di ogni età e di ogni Paese, di tutti i profughi di qualsiasi condizione che, incalzati dalla persecuzione o dal bisogno, si vedono costretti ad abbandonare la patria, i cari parenti, i vicini, i dolci amici, e a recarsi in terra straniera"


Dal Vaticano, 18 Ottobre 2006
"Nel dramma della Famiglia di Nazaret, obbligata a rifugiarsi in Egitto, intravediamo la dolorosa condizione di tutti i migranti, specialmente dei rifugiati, degli esuli, degli sfollati, dei profughi, dei perseguitati. Intravediamo le difficoltà di ogni famiglia migrante, i disagi, le umiliazioni, le strettezze e la fragilità di milioni e milioni di migranti, profughi e rifugiati. La Famiglia di Nazaret riflette l'immagine di Dio custodita nel cuore di ogni umana famiglia, anche se sfigurata e debilitata dall'emigrazione."
BENEDICTUS PP. XVI

sabato 15 dicembre 2007

Al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano

Al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano
Signor presidente,
nonostante la grande stima che ho nei suoi confronti, mi perdonerà se, seguendo l’esempio dei miei genitori, volutamente non uso le lettere maiuscole nel rivolgermi a lei ed alle istituzioni in genere, nel tentativo di riavvicinarvi un po’, almeno simbolicamente, alla popolazione italiana.
Leggo sui giornali, con immensa gioia, che é stata finalmente presentata all’ONU la moratoria internazionale sulla pena di morte. Credo che sia una grande battaglia di civiltà portata avanti dal nostro Paese.
La vicenda di cui vorrei informarla, però, è un’altra.
Non so se ha sentito parlare di quell’uomo di 44 anni, trovato morto nel carcere di Capanne, nei pressi di Perugia, la mattina del 14 ottobre scorso.
Quell’uomo era un falegname che viveva nelle campagne dell’Umbria, nel cuore del nostro Paese, e conduceva una vita fatta di duro lavoro, amore per la propria famiglia ed i suoi tre figli, di preghiera ed amore per la natura. Quell’uomo costruiva mobili, mensole, porte, finestre, soppalchi. Era una delle persone più tranquille del mondo, quell’uomo, ed era circondato da centinaia di persone che gli volevano bene. Era un nonviolento, un “gandhiano”, e, come me, avrebbe apprezzato moltissimo l’iniziativa per l’abolizione della pena di morte in tutto il mondo. Quell’uomo la sera del 12 ottobre è stato arrestato perché nel suo orto è stata trovata qualche piantina di canapa indiana per uso personale. La canapa, come è noto, è quella pianta che i nonni dei nostri nonni hanno coltivato e utilizzato per centinaia di anni, fino all’introduzione in Europa del tabacco, pianta che, a differenza della canapa, provoca dipendenza e causa milioni di morti in tutto il mondo.
Va da sé che se in un Paese aumentano le cose considerate illegali, il mondo dell’illegalità trova nuova linfa per alimentarsi e diventare sempre più forte. Ecco probabilmente perché, venendo incontro alla mafia, alla camorra, alla ‘ndrangheta, alle multinazionali del tabacco, nonché alla malavita in genere, la canapa è stata equiparata alle droghe ed inserita tra le sostanze illegali.
Fermo restando, comunque, che il problema della droga, quella vera, quella che si trova con gran facilità in tutte le discoteche, o quella di cui fanno uso molti uomini d’onore che siedono sui banchi di Montecitorio e Palazzo Madama, sia un problema molto serio. Ma torniamo al nostro uomo, un problema ancor più serio.
L’arresto è avvenuto al termine di una giornata di perquisizioni, a seguito delle quali, oltre alle piantine, si è scoperto che il falegname aveva soldi in casa per un valore di 30 (trenta) euro, e nessun conto in banca o in posta. E’ stato quindi deciso di mettere l’uomo, totalmente incensurato, in una cella di isolamento, e lasciare a casa, per un tempo indeterminato, un ragazzino di 14 anni in compagnia della nonna ultranovantenne in precarie condizioni di salute.
C’è chi dice che l’uomo sia stato scambiato per qualcun altro, forse per uno spacciatore, forse per un anarchico o chissà chi.
I fatti ci raccontano che dopo l’arresto, sono state effettuate le consuete ed accurate visite mediche e psichiatriche, attestanti che l’uomo era in perfette condizioni psico-fisiche, con pressione arteriosa e battito cardiaco ottimali. La mattina del 14 l’uomo è stato trovato morto.
I medici legali, la voce della scienza, ci dicono che dopo la prima autopsia sul corpo dell’uomo sono state riscontrate delle lesioni. Lesioni compatibili con l’omicidio. Compatibili con la tortura. Tortura che, se confermata, è stata certamente compiuta da professionisti, gente addestrata ad uccidere con metodi che non lasciano segni esteriori, ma svariate lesioni interne, riscontrabili solo tramite esami autoptici.
Ovviamente c’è un’indagine in corso, che potrà confermare o meno queste ipotesi. Ed a proposito dell’indagine, essendo lei anche il presidente del Csm, vorrei informarla di alcuni particolari. Si sa che un carcere di “sicurezza” è tenuto ad essere videosorvegliato ed a fornire le immagini di tutto ciò che succede al suo interno, 24 ore su 24. Ma le attese immagini chiarificatrici non hanno ancora chiarito nulla. Si sa anche che quando un magistrato fissa l’incidente probatorio è obbligato a convocare tutte le parti in causa. Ma anche questo non è successo. Ultima precisazione, poi, che potrebbe apparire alquanto bizzarra: il magistrato che sta conducendo le indagini è la stessa persona che ha ordinato l’arresto dell’uomo.
E’ ovvio, comunque, che in un Paese civile come il nostro, un Paese che diffonde democrazia, pace e giustizia in tutto il mondo, ci si aspetterebbe che, se ci fosse qualcuno sospettato per aver commesso un simile assassinio, costui fosse quanto meno sospeso dal proprio incarico. Beh, non ci crederà, signor presidente, ma questo non è successo.
Un Paese come il nostro, che porta alta la fiaccola dei diritti umani ed urla al resto del mondo di abrogare la pena di morte, consente a propri dipendenti, sospettati di simili atrocità, di continuare ad esercitare la loro “professione” indisturbati, magari nei confronti di altri uomini o donne. Magari proprio in questo momento, mentre le sto scrivendo.
Sabato 10 novembre a Perugia c’è stata una grande manifestazione, piena di giovani e con oltre duemila persone, che chiedevano verità e giustizia per quell’uomo. Chiedevano di poter vivere in un Paese migliore, signor presidente.
Ho la speranza, signor presidente, che un giorno qualche nazione, ancora più civile della nostra, vada all’ONU a chiedere che venga fatta piena luce sulle centinaia di morti che avvengono all’interno delle carceri italiane.
Questo per sperare di poter vivere in un mondo un po’ più giusto, un po’ più libero, un po’ più vivibile.
Così come avrebbe voluto anche quell’uomo. Quell’uomo che si chiamava Aldo. E che era mio fratello.
Distinti saluti.
Claudio Bianzino

sabato 1 dicembre 2007

DROGA: IL PIANO D'AZIONE DI FERRERO, CONTRO OGNI SBALLO

ANSA - 2007-11-29 12:31 - ROMA - Un piano valido un anno, per recuperare il tempo perduto e intanto preparare quello a più lungo respiro, che avrà durata triennale come vuole l'Europa: e' il Piano italiano di azione sulle droghe, che il ministro della solidarietà sociale Paolo Ferrero ha scritto in collaborazione con alcuni colleghi di governo, e che l'Ue ci ha chiesto da tempo visto che l'Italia, insieme a Malta, è l'unico Paese europeo a non esserne dotato.

Quello di oggi è il penultimo step del Piano d'azione, che dopo l'ok del Consiglio dei ministri dovrà ora affrontare il vaglio della Conferenza Stato-Regioni ed enti locali. Il documento prevede per la prima volta una valutazione del raggiungimento degli obiettivi e un forte coordinamento tra tutti i soggetti impegnati nell'intervento sulle droghe. Sempre per la prima volta, sarà fatta una mappatura delle risorse e del sistema dei servizi per le dipendenze; saranno anche definiti i criteri per trasformare i servizi a fronte delle nuove forme di consumo, includendo oltre a sostanze stupefacenti come la cocaina e le droghe sintetiche anche il doping e il gioco d'azzardo patologico. Cinque gli assi sui quali è incardinato il piano, che copre tutto il 2008: coordinamento nazionale e interregionale; riduzione della domanda; riduzione dell'offerta; cooperazione internazionale; informazione, ricerca, valutazione.

COORDINAMENTO - Prevista la creazione di un coordinamento permanente tra le amministrazioni centrali, regionali e locali competenti e la ricostituzione del Coordinamento tecnico tra le Regioni in materia di droga. Una delle grosse novità è la valutazione del raggiungimento degli obiettivi indicati nel Piano, che sarà attuata mediante la stesura di un report indicante le criticità e i suggerimenti per il Piano triennale.

RIDUZIONE DOMANDA - Si prevede la creazione di Piani d'azione regionali di durata pluriennale. Nei locali di divertimento, i servizi per le dipendenze faranno interventi di "prevenzione selettiva" rivolti ai consumatori. Sarà istituito l'Osservatorio sul disagio giovanile legato alle dipendenze. Si farà una mappatura del sistema dei servizi, che servirà a definire i criteri per riformarli, anche a fronte di nuove forme di consumo come la cocaina, le droghe sintetiche, le sostanze dopanti e il gioco d'azzardo. Poi ancora definizione dei Livelli Essenziali di Assistenza per le dipendenze patologiche, produzione di linee guida sulla riduzione del danno e individuazione delle tipologie di intervento che possono, da sperimentali, diventare stabili, oltre al coinvolgimento dei medici di base nel trattamento delle persone dipendenti, in collaborazione con i Sert.

BOLLINI CONTRO GIOCO PATOLOGICO E DOPING - Previsti accordi con le associazioni dei gestori di slot machine, per sensibilizzarli alle problematiche del gioco patologico e farli aderire a un codice di auto-regolamentazione: i locali che si adegueranno avranno una sorta di bollino di qualità, una certificazione di "locale libero da gioco patologico". Stesso percorso per le palestre: accordi con le associazioni di categoria per sensibilizzare i gestori alle problematiche del doping e rilascio finale della certificazione di "palestra sicura".

RIDUZIONE OFFERTA - Obiettivo principale è migliorare gli interventi repressivi di contrasto alla produzione e al traffico, concentrandosi sulla criminalità organizzata. Previsti accordi di cooperazione transnazionali. Tra le curiosità, la modifica della legge attuale sulla droga (309/90) per consentire la coltivazione della canapa sativa (la pianta da cui si ricava la fibra, non quella da cui si ottiene l'hashish) "a fini leciti". Da segnalare anche la lotta al traffico di droghe via Internet, anche attraverso una mirata revisione normativa (come già avvenuto per la pedopornografia).

COOPERAZIONE INTERNAZIONALE - Prevista l'assistenza finalizzata alla creazione di attività economiche alternative alle coltivazioni illegali (ad esempio l'aiuto ai contadini afghani per trasformare le colture di oppio).

INFORMAZIONE - Previsto l'avvio del nuovo Sistema Informativo Nazionale Dipendenze (Sind), un nuovo modello di raccolta dati sui consumi. Il piano vuole anche attivare in via sperimentale il Sistema di Allerta Rapido (Early Warning System) nazionale, in linea con quanto previsto in ambito europeo: si tratta, in sostanza, di raccogliere, validare e diffondere le informazioni, fornite dagli operatori delle dipendenze, sulle nuove sostanze che compaiono sul mercato o su sostanze tagliate in modo da essere pericolose, sulle nuove tendenze e i nuovi fenomeni. Per quanto riguarda le sostanze dopanti, infine, si prevede un'azione di informazione da attuare per telefono e attraverso i mass media: in pratica, una sorta di numero verde sul doping.

domenica 18 novembre 2007

Rovinato dalle canne ... mi hanno confuso il cervello

L'altra Perugia, quella dell'omicidio di Meredith, quella che i mass-media hanno "pompato" a dismisura relegando nel dimenticatoio la vicenda di Aldo Bianzino .... in questa intervista esclusiva di Repubblica emerge che il principale indagato (Raffaele Sollecito) si faceva tante di quelle canne che non gli hanno permesso di capire cosa stava succedendo ....

Messa così, l'italiano medio capisce che chi si fa le canne può trovarsi suo malgrado imputato d'omicidio ma non capisce la ragione per cui si possa morire ingiustamente in carcere.

Leggete e imparate ...

Domanda: C'è qualcosa che non rifarebbe, che si pente di avere fatto o detto negli ultimi giorni prima dell'omicidio o dopo?
Risposta: "Tanto per cominciare non mi farei tante canne. Mi sono intontito per giorni e giorni e adesso capisco che non avere il cervello lucido non mi ha certamente aiutato quando ho dovuto dimostrare la mia innocenza".

Perugia ... ombelico dello stivale ? Casini (Pierferdi .... il mitico ... come il giovedì non sta mai zitto!!!)

INGLESE UCCISA: CASINI, IMMAGINE PERUGIA INACCETTABILE (ANSA) - PERUGIA, 17 NOV - È «inaccettabile» l'immagine data della città di Perugia in seguito all'omicidio della studentessa inglese Meredith Kercher, secondo il leader dell'Udc, Pierferdinando Casini, che ha espresso la propria solidarietà «alla città e ai suoi abitanti». «Il tema della sicurezza - ha detto Casini oggi pomeriggio a Perugia in un incontro pubblico - per me è tema decisivo». «Molte città - ha continuato - sono insicure. Certo anche l'Umbria ha i problemi di sicurezza che 15 anni fa non aveva. Roma non è quella delle vetrine del Festival del Cinema. Bologna è una città sotto scacco della delinquenza». Secondo Casini, «Perugia certamente si confronta con problemi di delinquenza nuovi. Ma è una grande città, con una università che è nella storia del nostro Paese». «L'immagine semplificata, rozza e volgare che proviene da molte ricostruzioni di queste ore, anche televisive - ha concluso Casini - dalla quale sembra che Perugia sia una casbah dove circolano solo droga e delinquenza, è inaccettabile». (ANSA). PE/AM 17-NOV-07 18:15 NNN

Notiziona ... dell'ultima ora ... così tanto per evitare di screditare Perugia ...

INGLESE UCCISA: FEDERFARMA, QUI NON PIÙ DROGA CHE ALTROVE (ANSA) - PERUGIA, 18 NOV - Anche i farmacisti entrano nel dibattito sull'immagine («distorta», secondo il Comune) della città di Perugia, fornita da alcuni media dopo l'omicidio di Meredith Kercher. In riferimento, in particolare, alla diffusione della droga, il presidente della Federfarma umbra, Augusto Luciani, ha affermato che «da qualche anno la vendita delle siringhe è 'standardizzatà» e la situazione, a Perugia, «è analoga a quella di molte altre città universitarie». Nelle quattro farmacie del centro storico - ha riferito Luciani - si vendono in media 100 siringhe al giorno, ma già in periferia la richiesta è praticamente nulla«. »Il consumo - ha osservato - è standardizzato, se non, probabilmente, diminuito«. »Una delle ragioni - ha spiegato Luciani - potrebbe essere un aumento del consumo di cocaina rispetto all'eroina. Ma in ogni caso, dal nostro 'osservatoriò, non rileviamo una degenerazione del fenomeno del consumo della droga, negli ultimi anni«.(ANSA). PE 18-NOV-07 16:00

Questa è la stampa ... questa è l'informazione pubblica ... che ci volete fare ... il diritto di parola non si nega a nessuno ... l'importante sarebbe evitare di dire cazzate ... o meglio l'importante sarebbe dire le cose come stanno e per quelle che sono realmente ...

Cari giornalisti. Aldo Bianzino è morto da un mese. Le cause sono ancora del tutto oscure




Cari giornalisti. Aldo Bianzino è morto da un mese. Le cause sono ancora del tutto oscure

di Arianna Ciccone

Gent.mi giornalisti,

vogliamo esprimere tutto il nostro sdegno per come l’informazione in questi giorni sta completamente venendo meno alla propria missione in una società civile e democratica.

Da giorni trasmissioni televisive e giornali si occupano continuamente in modo approfondito dell’omicidio di Meredith Kercher che, per quanto tragico, sembra sia avvenuto per mano di un giro di suoi amici.

Non ci sono trasmissioni, speciali, pagine intere o approfondimenti dedicati alla morte di Aldo Bianzino, un uomo di 44 anni che è stato incarcerato il 12 ottobre nel carcere di Capanne a Perugia per possesso di marijuana ed è uscito dalle mani dello Stato, che avrebbe dovuto proteggerlo, senza vita il 14 ottobre.

Il 12 ottobre Aldo Bianzino entra in carcere in buone condizioni di salute e viene condotto in isolamento. La mattina del 14 ottobre alle 8.15 la polizia penitenziaria entra in cella e trova Aldo agonizzante, morirà dopo poche ore. I detenuti pare abbiano dichiarato di aver sentito più volte Aldo lamentarsi e chiedere aiuto la notte precedente al ritrovamento.

Aldo Bianzino è morto da un mese. Le cause sono ancora del tutto oscure. Il silenzio delle istituzioni e dei media è inconcepibile.

Inizialmente si è parlato di un infarto, ma una seconda autopsia ha attestato trauma cranico, costole rotte e fegato spappolato. Chi ha ucciso e come sia morto Aldo non si sa e nessuno se ne occupa.

Il valore di questa vita e la ricerca della verità rispetto a questo episodio non dovrebbero avere lo stesso peso di quello attribuito alla vicenda Meredith? Dobbiamo ritenere che ad interessare i giornalisti siano episodi di droga e sesso e gli scandali che ruotano intorno all’omicidio di Meredith piuttosto che la ricerca e la difesa della verità in quanto tale? Oppure dobbiamo pensare che i protagonisti “giovani e belli” del caso Kercher meritano maggiore attenzione perché fanno più audience?

lettere al giornale ...

Verità sulla morte di Aldo Bianzino

Spettabile redazione de Il Messaggero, siamo un'associazione studentesca dell'ateneo perugino, inviamo questa mail sperando che, oltre ad essere pubblicata, i giornali, i mezzi di comunicazione di massa, parlino finalmente di un fatto gravissimo avvenuto a Perugia la notte tra il 13 ed il 14 ottobre.

La vicenda riguarda la morte di Aldo Bianzino, morto in circostanze ignote, o meglio sarebbe dire ambigue, nel carcere di Capanne, nelle prime ore della mattina del 14 ottobre. Venerdì 12 ottobre Aldo Bianzino e la moglie Roberta sono stati arrestati per possesso e coltivazione di marijuana. Sabato 13 ottobre sono portati al carcere di Capanne: Roberta viene portata in cella con altre donne, e il suo compagno, fino a quel momento in buone condizioni di salute, verrà messo in isolamento. Domenica 14 ottobre alle ore 8.15 la polizia penitenziaria lo trova agonizzante e poco dopo muore.

I primi comunicati danno notizia di una morte per cause naturali. Successivamente tutto viene smentito dall'autopsia, richiesta dal pm, dove risulta invece che il corpo di Bianzino presentava la frattura di tre costole, lesioni cerebrali, al fegato e alla milza, lesioni che non potevano essere causate da altri detenuti (proprio perché in isolamento), lesioni che non può essersi fatto da solo perché non hanno lasciato la minima traccia esterna sul corpo di Bianzino.

Sulla vicenda è stata già aperta un'inchiesta per indagare su un'eventuale colpa degli agenti penitenziari per omissione di soccorso; ma ancora non si parla esplicitamente né di omicidio, né tanto meno di fare luce e chiarezza sui fatti. Nel frattempo si è costituito un comitato, il Comitato Verità e Giustizia per Aldo, di cui la nostra associazione fa parte, per tentare di spronare le istituzioni e le autorità affinché facciano chiarezza.

Il Comitato, poi, indice una manifestazione nazionale sabato 10 novembre, proprio per rilanciare la questione che da un lato non si fa che parlare di sicurezza, c'è un clima di paranoia securitaria generale volta alla repressione, dall'altro lato molte persone vengono uccise in situazioni ambigue dentro alle carceri di "sicurezza". Non abbiamo ancora sentito un politico che alzi la voce e metta l'accento nel dire che la sicurezza di cui ha bisogno questo paese è quella sul lavoro e quella di un lavoro contro una vita di precariato; vogliamo che ci dicano (e facciano) che è meglio reprimere le prime ruote del carro, ed aiutare piuttosto le ultime ruote di questo carro: gli immigrati e le fasce più deboli, che, attratti da soldi facili, sono coloro che si espongono di più e vengono puntualmente criminalizzati; vogliamo spazi sociali, con l'investimento reale da parte dello Stato, proprio perché si evitino situazioni di repressione violenta, che certamente non giovano nemmeno all'immagine delle Forze dell'Ordine.
Distinti saluti

Associazione Studentesca L'Altra Sinistra

(3 novembre 2007)

il silenzio mediatico

il silenzio mediatico
Un presunto omicidio, ad oggi velato di mistero, da vicenda locale, si fa notizia nazionale e quindi internazionale, eppure i principali Media sembrano ignorarla. Solo La Nazione, quotidiano locale, Liberazione , il Manifesto e Lettera 22, con altri giornali online, mantengono una cronaca costante dei fatti. Il primo novembre, il TG3 e la Repubblica rendono pubblica la notizia ma, ad oggi, se si digita sul motore di ricerca delle altre maggiori testate il nome di Aldo Bianzino, il risultato è un bello zero, il fatto non sussiste. Il primo novembre tutte le prime pagine riportano l’orrendo omicidio di Giovanna Reggiani a Roma, commesso da un rom, l’omicidio di Perugia conquista la sedicesima pagina di Repubblica, mentre in quattordicesima si rende noto che la Cassazione ha depenalizzato la coltivazione di cannabis per “uso ornamentale”. Tuttavia per cannabis si muore! Ne seguirà un commento di Michele Serra che conclude: “uno Stato con i nervi saldi non se la prende con gli hippies: se non altro perché avrebbe cose più urgenti e più serie da fare”. La tragedia di Aldo Bianzino si è consumata mentre in parlamento si discuteva della commissione per il G8. E\' forse perciò che la notizia ha avuto così poco risalto sui Media? Oppure, per molti Media, paga di più cavalcare l\'onda xenofoba, rivendicando ronde e derive autoritarie? Non si può essere sgomenti, tanto quanto, di fronte alla violenza di un disperato a Roma e di apparati dello Stato in un carcere? Non si pone, in Italia, un problema di civiltà ben più vasto, che va oltre il problema dell\'immigrazione? Quesiti che si sovrappongono mentre il dibattito sulla sicurezza ricopre sempre più vesti ideologiche e di propaganda politica, non dando ascolto alle statistiche che parlano del crescente fenomeno della violenza domestica. Si cacciano gli zingari, i diversi, i poveri, mentre sempre più spesso una donna muore per mano di un marito o di un fidanzato, la violenza si consuma dove dovremmo trovare rifugio e sicurezza, anche tra le mura di istituzioni che dovrebbero garantire l’incolumità. Aldo Bianzino è ricordato come mite, ”ghandiano”, pacifista, magro, etereo, alto, occhi azzurri dietro le lenti, “così rispettoso e riservato da mettere soggezione”. Viveva a Pietralunga, Perugia, in un cascinale, era falegname, lascia la sua compagna e tre figli a 44 anni. 08/10/2007 Marcello Sordo

Io ho paura dell’uomo nero

Io ho paura dell’uomo nero

Io ho paura dell’uomo nero, ho paura del silenzio, ho paura dell’impunità, ho paura dell’indifferenza, dei giorni che passano senza che si faccia nulla, dell’oblio, del tirare avanti, dell’egoismo e della mancanza di solidarietà, della distanza che ci sta separando.

La notte tra il 13 e il 14 ottobre è stato assassinato, nel Carcere di Capanne a Perugia, Aldo Bianzino, un uomo di 44 anni, arrestato due giorni prima, insieme alla sua compagna Roberta, per possesso di piante di marijuana. Infarto dichiara il primo referto medico, secondo una prassi più che conosciuta, ma la seconda prova medica riscontra sul corpo di Aldo gravi contusioni al cervello, alla milza, al fegato, e diverse costole rotte.

E Aldo è morto. Come? Perchè? Chi è Stato?

L’accusa è di omissione di soccorso per i poliziotti incaricati di sorvegliare i detenuti quella notte.

Vogliamo chiarezza sui lati oscuri di questa vicenda.

Non ci basta una inchiesta aperta su un omicidio volontario contro ignoti, vogliamo che nessuna certificazione falsa e nessuna omissione omertosa incida sulla certezza della verità.

Vogliamo che la responsabilità della morte di Aldo sia assunta colettivamente, non sia attribuita solo all’istituto penitenziario ma al suo sistema carcerario.

Il caso di Aldo è troppo simile a quello di Giuseppe Ales, Federico Aldrovandi, Alberto Mercuriali, Marcello Lonzi, tutti figli di una sorta di "spontaneismo intollerante" che agisce violentemente contro gli stili di vita non omologanti.

Inoltre le loro e altre storie di violenze, morti e silenzi di Stato ci raccontano che nessun passo verso verità e giustizia si può fare se tutto viene delegato alle istituzioni.

E’ tempo di costituirci in comitato per la verità su Aldo, perchè non ci fidiamo di uno Stato che processa se stesso e che alla fine finisce sempre per autoassolversi o al massimo nel trovare un capro espiatorio che paghi al posto di un sistema che rende normale la violenza istituzionale e la tortura: quando la tortura non è reato il carcere uccide!

Vogliamo la verità, vogliamo che a nessun’altro succeda quello che è successo ad Aldo.

Vogliamo l'abrogazione della legge fini giovanardi.

Vogliamo vivere la nostra sicurezza, la nostra vita.

Vogliamo disinnescare le paranoia securitarie e arrestare le aggressioni proibizioniste, disattare le dinamiche di esclusione e di controllo sui corpi.

Vogliamo una municipalità altra, fatta di cittadinanze attive e partecipazione.

La sicurezza che vogliamo è sicurezza sul lavoro.

La sicurezza che vogliamo è sicurezza di avere un reddito.

Un paese che tortura chi coltiva una pianta e criminalizza gli stili di vita difficilmente può essere chiamato un paese civile.

Non vogliamo bugie, mistificazioni, insabbiamenti.

A chi chiede piu' carcere chiediamo verità e giustizia.

Oggi Trasformiamo la nostra paura in azione.

Perché mio figlio è morto?

Perché mio figlio è morto?
Cari amici de il manifesto, sono il papà di Aldo Bianzino (morto di percosse nel carcere di Perugia il 23/10 dopo essere stato arrestato per detenzione di marijuana, ndr), vi chiamo amici perché, pur non conoscendovi personalmente, vi ho sentiti vicini nella tragedia che ci ha colpiti. Io e mia moglie desideriamo vivamente ringraziare voi e tutti coloro che hanno seguito e raccontato i fatti. Un grazie va a Luigi Manconi, al quale in particolare ci affidiamo perché non molli e faccia di tutto per arrivare alla verità e identificre i colpevoli, e alla signora Maria Ciuffi, la mamma di Marcello Lauri che era stata colpita da una tragedia uguale e che ci ha scritto una lettera che voi avete pubblicato. Unisco a questa lettera alcune mie riflessioni delle quali mi assumo in ogni caso tutta la responsabilità scaricando eventualmente voi.
1. Quelli che hanno massacrato Aldo si sono comportati come i componenti della famigerata banda Kock, o come gli aguzzini di Videla o di Pinochet. In quella gente però c'era una diversità: combatteva, in modo ignobile, contro qualcuno, aveva una parte avversa, inerme e debole, ma comunque avversa, che stava «dall'altra parte», che, almeno ai loro occhi, si configurava come «nemico». Lungi dall'essere una giustificazione, questa se non altro può essere una spiegazione. Ma Aldo, di chi poteva essere «parte avversa»?
2. Il direttore del carcere chiama se stesso e la sua organizzazione fuori da ogni colpa: ma in quel carcere, che si definisce «di sicurezza», non era forse lui prima di tutti il responsabile di ciò che avveniva, della vita e della salute di chi gli era stato affidato? Si possono paragonare tra loro l'illegalità (secondo la legge italiana attuale) di coltivare piante di cannabis e le sevizie mortali (materiali, mentali, morali) inflitte ad un uomo? Eppure si sente già aleggiare, tra i «benpensanti», la gente «per bene», che in fondo era un drogato, quindi aveva le sue colpe. La legge infame di cui sopra, tra l'altro, accomuna marijuana e crack, eroina, cocaina, etc.: è come paragonare la camomilla ai barbiturici. Quanto al tenore di cannabinolo contenuto nelle piantine coltivate ai nostri climi, per una pianta che, a quanto mi risulta, è acclimatata bene in Libano e in Messico, credo ci sarebbe da discutere. Per l'accusa di spaccio, basta ricordare che la perquisizione in casa di Aldo ha fatto trovare in tutto 30 (trenta!) euro. E Aldo non aveva conto in banca o in posta.
3. Mi dicono che il Pm che ha in mano l'inchiesta sia una persona seria, che vuole andare a fondo e trovare i colpevoli. Ma è quello stesso che ha fatto arrestare Aldo e la sua compagna. Possibile che non avesse saputo che così facendo avrebbe lasciato soli in una casa isolata sull'Appennino un minore (quattordicenne) con la nonna ultranovantenne dalla salute precaria?
4. Non ho nessuna fiducia che si arrivi a stabilire la verità tramite la «giustizia» italiana. Abbiamo troppi esempi in cui lo stato italiano ha coperto le colpe di delitti e stragi su cui aveva interesse che la verità non venisse fuori. Mi vengono in mente Piazza Fontana, Brescia, Bologna, l'Italicus, Ustica, il G8 di Genova, l'assassinio di Pinelli, in cui il primo responsabile a sua volta è stato messo a tacere in un modo che ricorda parecchio il caso Kennedy, mandando poi in galera gente che probabilmente non c'entrava affatto. Voglio vedere (ma vorrei non vedere) se anche qui trionferà la logica degli omissis (magari non dichiarati) del segreto di stato, della vergogna. Siamo sicuri che tutte le morti avvenute in carcere in questi anni e catalogate come «suicidio» siano state veramente tali?
5. C'è un pezzo per pianoforte di Robert Schumann, triste, ma di una tristezza quasi incredula, che ripete, in vari toni, la stessa frase musicale che è una disperata domanda: si intitola «Warum?», perché?
Giuseppe Bianzino

lunedì 12 novembre 2007

dignità e giustizia per Alberto, per Aldo, per Federico, per ... tutti

Perché dignità e giustizia per Alberto, per Aldo, per Federico, per ... ?
Perché, in queste vicende umane, ci sono alcuni elementi comuni e alcuni elementi discordanti ...
L'elemento che accomuna queste vicende umane è la morte ... una morte innaturale, provocata, procurata, eseguita ... perseguita per fini assolutamente incomprensibili e ingiustificabili.
L'altro elemento che accomuna queste persone è che sono persone assolutamente normali, autonome, indipendenti ... e, in vita si sono fatti delle canne, hanno fumato hashish e/o marijuana.
L'elemento discordante che li distingue è il trattamento subito da parte dell'informazione giornalistica, da parte della stampa locale o nazionale, da parte dei cosiddetti "media", da parte degli strumenti di formazione civile delle coscienze ...

Esaminiamo i diritti all'informazione ...
Nella Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo (approvata dall'Assemblea generale delle Nazioni Unite il 10 dicembre 1948) all'articolo 19 si legge:
Ogni individuo ha diritto alla libertà di opinione e di espressione incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni ed idee attraverso ogni mezzo ...

Nella Costituzione Italiana del 1947 all'art. 21 si legge:
Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure.

Nella carta dei Diritti Fondamentali dell'Unione Europea (2000) all'articolo 11 si legge:
Ogni individuo ha diritto alla libertà di espressione. Tale diritto include la libertà di opinione e la libertà di ricevere o di comunicare informazioni o idee senza che vi possa essere ingerenza da parte delle autorità pubbliche ...

Ecco, da queste citazioni emergono gli elementi discriminanti di trattamento che hanno subito i nostri "casi" ...
I cittadini hanno diritto di ricevere ... informazioni ed idee attraverso ogni mezzo ... presumendo che le informazioni siano veritiere e verificabili e che, la stampa, ovvero il mezzo di comunicazione più diffuso, dato che non può essere soggetta a ... censure ... sia libera e indipendente, visto che la libertà di ricevere ... informazioni o idee deve essere senza ... ingerenza da parte delle autorità pubbliche ...

Per Federico la stampa locale ha dato subito credito alle comunicazioni ufficiali della Polizia, per Alberto addirittura la stampa locale ha esaltato, esagerato la fonte ufficiale ... per Aldo la stampa locale è stata tenuta all'oscuro degli eventi ....

Di più la Corte Costituzionale con una sentenza (n. 420 del 1994) dichiara che:
è necessario garantire il massimo pluralismo esterno, al fine di soddisfare, attraverso una pluralità di voci concorrenti, il diritto del cittadino all'informazione.
La "dottrina", inoltre ha provveduto a distinguere i diritti all'informazione e nello specifico del diritto del cittadino verso i titolari dei mezzi di informazione, ha stabilito:
  • diritto alla riservatezza
  • la tutela dei minori
  • diritto alla rettifica nei casi di diffusione di notizie false e tendenziose
Stando a quello che ci dice la nostra costituzione, la libertà di espressione può essere considerata in una duplice dimensione:
1) attiva nel senso del diritto ad informare
2) passiva intesa come diritto dei cittadini ad essere informati

I media sono responsabili della costruzione del senso sociale dei fenomeni collettivi. I media giornalistici non si limitano a trasmettere le informazioni sul reale, ma “ordinano” il reale, attraverso la presentazione degli eventi meritevoli di attenzione e la valutazione degli stessi.
La domanda di etica dell’informazione – emergente al livello dei destinatari e degli emittenti – è l’espressione di un bisogno di qualità, di orientamento e di guida. Il lettore è spesso solo di fronte alla massa di informazioni, che non sempre si rivelano essenziali alla comprensione dei temi rilevanti per la sua vita come individuo e come cittadino. Il paradosso della comunicazione contemporanea sta in ciò: l’esposizione alle varie fonti di informazione, per quanto sia massiccia, non sembra generare una maggiore comprensione.
La pratica dell’attività informativa è fondata su una serie di concetti etici: libertà, responsabilità, oggettività, verità, onestà, riservatezza o privacy.
L’obbligo – morale e giuridico – di tutelare il diritto della collettività ad essere informata in maniera obiettiva, completa e onesta discenderà da un’assunzione di responsabilità da parte dei giornalisti (e della categoria istituzionalmente organizzata) che, da un lato, avrà origine da una riflessione sulle conseguenze dell’informazione in generale (intendendo con ciò la possibilità di produrre e un’informazione buona e un’informazione cattiva), e, dall’altro lato, terrà conto degli interessi della collettività. Si tratta per lo più di un impegno che fa leva sull’autodisciplina e sull’autoregolamentazione dei singoli e del sistema informativo.

Affinché il diritto all’informazione sia reale, occorre garantire la completezza e l’affidabilità delle informazioni e, soprattutto, l’accesso alle informazioni stesse. L’esercizio di tale diritto senza limiti potrebbe tuttavia rappresentare una minaccia per la privacy dei rispondenti.

Perugia "sicura da morire" In duemila in piazza per Aldo






11/11/2007
La manifestazione per chiedere verità e giustizia per il 44enne ucciso dal carcere
Dopo l'arresto per possesso di piante di marijuana. Dubbi sulla versione ufficiale

Perugia "sicura da morire" In duemila in piazza per Aldo

Checchino Antonini
Perugia nostro inviato
«Ce lo dica se suo marito soffre di cuore, ce lo dica che lo salviamo!», le diceva a brutto muso un ispettore capo entrato nella cella alle sette e mezza di quella domenica. «Ce lo dica? ma Aldo era già morto». Roberta Radici ricorda con rabbia mentre sfila con duemila persone per le strade di Perugia. In duemila per chiedere verità e giustizia sulla morte del suo compagno Aldo Bianzino, arrestato con lei, per possesso di marijuana, al mattino di due giorni prima, di fronte al figlio più piccolo, Rudra, minorenne, che restò solo con la nonna di 91 anni in un casale di Pietralunga, a nord di Perugia, tra Gubbio e Città di Castello. Infarto, dirà la prima bozza di versione ufficiale ma poi le perizie scopriranno lesioni alla milza, al fegato, quattro emorragie al cervello molto importanti, ossia con grandi perdite di sangue. E nessun segno esteriore di percosse. La magistratura indaga contro ignoti per omicidio e su una presunta omissione di soccorso di un agente penitenziario di servizio quel 14 ottobre che incassa subito la solidarietà preventiva di An. Un pestaggio da professionisti, una roba da film americano, pensano molti di quelli venuti a manifestare da varie città accanto agli amici e ai familiari di Aldo. I tre figli sul camioncino che guida il corteo ringraziano tutti. Uno è avvolto in una bandiera arcobaleno.
Mite falegname, esile, meditativo, incensurato. Aldo era venuto negli anni '80 dal Piemonte, passando per l'India dei suoi maestri spirituali, a cercare terra per vivere in pace e suonare l'armonium per il suo canto rituale. Molti manifestanti sono gente della montagna come lui. Altri sono attivisti della sinistra umbra, Prc, Cuc, anarchici, antiproibizionisti dell'Mdma, Cobas, Rdb, ultras delle curve di Perugia e Ternana, militanti del Gabrio di Torino, gente venuta da Roma, dalla Toscana ma anche Radicali e gente normale scossa dalla vicenda di Aldo. Con le lacrime agli occhi, «non si può morire per del fumo», sfilano gli amici di Alberto Mercuriali, suicida a Forlì dopo l'arresto per pochi grammi d'hashish. E, dietro uno striscione con cinque nomi scritti, i compagni e gli amici degli anarchici arrestati pochi giorni fa a Perugia con l'accusa di terrorismo. Avrebbero spedito una busta con due proiettili alla presidente dell'Umbria, Maria Rita Lorenzetti. Li ha arrestati Ganzer, il capo del Ros dei carabinieri, quello del teorema di Cosenza. «Ma le intercettazioni parlano d'altro e non c'è lo straccio di una prova, anche dopo un interrogatorio reputato violento dal difensore ha ribadito la sua innocenza - dice Aurelio Fabiani, il padre di Michele, il più giovane dei cinque - Lo accusano di aver scritto un volantino contro l'ecomostro di Spoleto (7 piani per 30 metri di larghezza nel centro storico, ndr) simile, per "affinità terminologiche" a un volantino insurrezionalista. In realtà sono solo accusati di essere anarchici. E il sorriso di Lorenzetti, a fianco di Ganzer, suona come una condanna preventiva».
"Sicuri da morire" dice lo striscione d'apertura legando la vicenda di Aldo all'ossessione sicuritaria che vive il Paese. «La città ha dato una prima risposta dal basso», osserva Francesco Piobbichi, responsabile nazionale Droghe del Prc, «questa piazza parla anche di Genova ma chiede di uscire dalla narrazione retorica sulla sicurezza. Se a Perugia ci sono state 31 overdose in dieci mesi è anche perché la logica repressiva produce clandestinizzazione».
Aldo coltivava marijuana, ne hanno trovate 57 piante, ed è bastato a sbatterlo in carcere nonostante una sentenza della Cassazione abbia sancito che possedere erba per uso personale non è reato. Qualcosa è successo in quella cella di Capanne, il nuovissimo carcere perugino, inaugurato da Castelli quand'era guardasigilli. «Non è un luogo famigerato - spiega Patrizio Gonnella di Antigone - è nella media. Per questo quello che è successo ci preoccupa molto di più. E' una storia anomala. Tra suicidi e morti "naturali", dietro le sbarre muoiono in 180 ogni anno. Ma Bianzino non era un piantagrane e la sua non è una morte naturale».
Giuseppe Bianzino somiglia come una goccia d'acqua ad Aldo. «Pare di rivederlo», dice chi conosceva il falegname di Pietralunga. «Al di là di tutto, mio figlio era pacifico e tranquillo - dice - ma anche il peggiore dei delinquenti non lo puoi trattare così. Che nessuno mi chieda se voglio perdonare». «Mai stato tossico, mai stato in un Sert», ripete Gioia Toniolo, la madre dei primi due figli di Aldo, per smentire le «insinuazioni» della stampa locale. D'altronde, l'esame tossicologico non ha rilevato che tracce d'erba. Per quelle non si va al Sert. Il comitato Verità per Aldo non ha dubbi: lo ha ucciso il sistema carcerario, e non c'è fiducia «per uno Stato che processa sé stesso perché tende ad assolversi». L'incidente probatorio della scorsa settimana, quando due dei 5 detenuti sentiti hanno dichiarato di aver sentito Aldo suonare il campanello e la guardia rispondergli sgarbata «Basta, non rompere il cazzo». La paura fa novanta dietro le sbarre. Chissà perché gli altri non hanno parlato? Perché Aldo stava male? Perché cercava un medico, visto che le autopsie hanno trovato una salute di ferro? Perché le amministrazioni stanno zitte? «Chissà a quanti altri è capitato?», si chiede ancora Roberta. «Bianzino è una delle troppe vittime delle leggi repressive - dice Italo Di Sabato dell'Osservatorio contro la repressione - come la Fini Giovanardi».

BIANZINO, ALLA RICERCA DELLA VERITA' 11/11/07

BIANZINO, ALLA RICERCA DELLA VERITA' 11/11/07

Un corteo sfila a Perugia per chiedere che l'inchiesta vada avanti più spedita e faccia chiarezza su troppi punti oscuri. Mentre a sorpresa salta fuori che Aldo non ha costole fratturate come finora si era scritto

Nella foto di R. Martinis un momento della manifestazione

Emanuele Giordana

Domenica 11 Novembre 2007

Perugia - Verità e giustizia per Aldo. Lo striscione rosso su fondo bianco è in testa al corteo che parte da piazza Bove, alla periferia di Perugia. Mille, duemila persone, forse di più. Arrivano alla spicciolata dalla città, dai dintorni, da Roma o da altre città italiane. Dalla campagne collinari dove viveva Aldo Bianzino, ebanista torinese trasferitosi diversi anni fa a Pietralunga ed entrato venerdi 12 ottobre nel carcere di Capanne per uscirne deceduto due giorni dopo. Morto in condizioni misteriose e in un’atmosfera che definire poco chiara è un eufemismo. Inizialmente il caso di Aldo sembrava destinato a qualche trafiletto in cronaca locale con un’indagine chiusa per un decesso dovuto a cause naturali. Ma il sostituto procuratore che lo aveva fatto arrestare per possesso di alcune piante di erba, ha però voluto vederci chiaro aprendo un’inchiesta sulla morte del quarantaquattrenne falegname di Pietralunga che tutti ricordano con commozione e affetto.
Al corteo, voluto da un comitato che si è costituito nelle settimane scorse e raccoglie gruppi e associazioni di vario genere, ci si è arrivati anche per continuare a fare pressione sulle indagini che al momento non sembrano aver prodotto molto oltre alle indagini autoptiche non ancora concluse e a un dossier aperto su una guardia carceraria. Difficile in questi giorni di grande attenzione sul delitto della giovane studentessa americana, “bucare il video” delle cronache piccanti sulla morte con risvolti sessuali che sembra appassionare il giornalismo italiano, mentre la vicenda “ordinaria” della morte di Aldo sembra trovare poco spazio e scarsa attenzione sui quotidiani. Un modo per richiamare l’attenzione su una vicenda dai contorni oscuri e che rilancia il tema della vita (e della morte) nelle carceri di un paese membro del G8 e che ha dato i natali a Cesare Beccaria. Non è un caso se al corteo c’è Patrizio Gonnella, dell’associazione Antigone, o Italo Di Sabato uno dei responsabili dell’osservatorio creato dalla madre di Carlo Giuliani. La famiglia Bianzino è in prima fila. La prima moglie Gioia, la compagna Roberta, i figli Aruna Prem, Elia, Rudra. I tanti amici, Daniela, Gloria, Benedetto… e tanti altri che Bianzino non lo hanno mai conosciuto e che hanno appreso la notizia da internet o da qualche blog.
Intanto le indagini continuano. Quelle di parte sono le più facili da conoscere. Non si nega l’avvocato Massimo Zaganelli che ha preso talmente a cuore il caso che sta difendendo gratuitamente Roberta Radici, l’ultima compagna di Aldo. Lo incontriamo mentre sta accompagnando Roberta, poco prima della manifestazione, al consiglio regionale dell’Umbria dove ha fatto presente all’assessore regionale alle politiche sociali, Damiano Stufara le sue difficoltà economiche (vedi l'articolo su SpoletOnline) visto che la sua pensione non le basterà certo a pagare le spese legali cui va incontro. Tra queste c’è anche la parcella di Giuseppe Fortuni, che Roberta Radici ha nominato come esperto di medicina legale di parte. Ma anche Fortuni, che insegna medicina legale all’università di Bologna e che è noto per le ricerche seguite alla morte del ciclista Pantani, ha più che dimezzato le sue competenze quando ha saputo che per la famiglia di Aldo sarebbe stato un problema. Il fatto è che Zaganelli voleva essere sicuro che tutto il possibile fosse stato fatto prima dell’interramento del corpo di Aldo che avverrà domani con una cerimonia nel suo comune di residenza. E qui arrivano le sorprese.
Fortuni non ha potuto visionare il fegato e il cervello di Aldo che sono stati asportati per ricerche più approfondite ma ha potuto costatare che le sue costole sono in perfetto stato. Quella delle costole rotte (prima due, poi una, ora nessuna) è davvero una storia bizzarra. Come uscì questa notizia sulla stampa? E perché non è mai stata smentita ufficialmente se non adesso che, parlando coi giornalisti, Fortuni testimonia che non c’è alcun segno di trauma sulle costole? Quanto al fegato Fortuni non nasconde le sue perplessità. Ha visto le foto e dunque costatato gli ”strappi” che si devono a una qualche forma di “pressione violenta”. “Certo – dice il medico legale – è persino possibile che la devastazione del fegato di Bianzino si debba a un massaggio cardiaco mal fatto. La letteratura medica mondiale cita qualche caso. Io, nella mia esperienza, forse 30mila autopsie, non l’ho mai visto”.

Bianzino ... ritratto di famiglia

BIANZINO, RITRATTO DI FAMIGLIA 11/11/07

Il ricordo del padre. "Ci si capiva con un gesto" e se si arrabbiava faceva il "digiuno delle parole"

Nella foto di R. Martinis Aruna Prem ed Elia, i due figli maggiori di Aldo Bianzino

Em. Gio.

Domenica 11 Novembre 2007
Perugia - Si abbracciano i tre figli di Aldo, in testa al corteo. Sorridono e anche scherzano tra loro. Elia, il secondo, 21 anni e un lavoro in un ristorante del perugino, ha una bandiera della pace avvolta al collo. Assomiglia davvero a suo padre questo ragazzo magro e lungo con un pizzetto di tutto rispetto sotto il mento. Accanto a lui il primogenito, Aruna Prem, studi da ingegnere telematico a Torino, 24 anni. Attorno a loro molti ragazzi, amici: “tanti non li vedevo da tempo – dice Elia – e sono contento. Mi fa piacere, c’è una bella energia”. Ha fatto il liceo linguistico Elia ma poi ha scelto di smettere e di andare a lavorare: “Ognuno deve fare quel che gli piace”, commenta il fratello e si capisce che non è una frase fatta. Che in questa famiglia, insomma, si respira aria di libertà e di tolleranza.
Così del resto era Aldo Bianzino, così lo ricordano tutti: “un uomo di poche parole? Si è vero – commenta Elia – ma anche una persona che non aveva bisogno delle parole per comunicare. Avevamo un bellissimo rapporto e a volte bastava un gesto. Pensa - dice sorridendo – che il suo modo di arrabbiarsi era tacere: faceva il “digiuno delle parole”. Ci capivamo insomma e io lo aiutavo volentieri. Abbiano fatto assieme tanti mobili e infissi quando andavo ad aiutarlo nel suo laboratorio…qual è la cosa che in questa storia mi ha ferito di più? Che era giovane – dice Elia – e aveva ancora tanto da dare”.
Aruna Prem, capelli nero corvino, osserva il corteo e abbraccia gli amici. Ha ben chiaro il valore simbolico di questa marcia di persone che si chiedono, come tanti che non sono venuti, come sia possibile morire in prigione nell’Italia del 2007: “Vogliamo giustizia, chiarezza, verità”, dice mentre il corteo si snoda dalla periferia di Perugia verso una piazza più centrale. “Se ho fiducia nella magistratura? Devo averla, ci devo sperare”.
Poco più avanti ci sono Gioia, la prima moglie di Aldo. E Roberta, la compagna che quel maledetto venerdi venne portata a Capanne con lui. Gli amici si stringono vicini. Qualche passo indietro c’è Giuseppe Bianzino, il padre di Aldo, viso incorniciato da una barba candida e una somiglianza evidente con l’ebanista di Pietralunga i cui mobili e mobiletti sono sparsi un po’ in tutto il circondario. “Difficile – dice - avere in Italia molta fiducia nella magistratura. Non che non ci siano bravi magistrati, anzi. Ma la nostra è una storia piena di buchi, casi irrisolti, indagini che non hanno portato a nulla. Cosa ricordo di Aldo? L’ultima volta l’ho visto in agosto. Stava bene e anzi mi pareva più sereno del solito e con qualche chilo in più, che non guastava. Aveva ritrovato anche quell’ironia tipica di quand’era ragazzo. Poi ci siamo abbracciati….” Ma qui Giuseppe Bianzino si ferma. Come se volesse, comprensibilmente, difendere l’intimità dei sentimenti dall’invadenza a volte quasi voyeurisitica di noi giornalisti. E che in questi giorni di tragedia qui a Perugia sembriamo più attenti ai delitti “piccanti” che non ai casi dove al centro c’è un’evidente violazione di diritti nel cuore del sistema di sicurezza dello stato. “Ma si sa – dice – certe cose non fanno vendere”.