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Degli usi, e pregiudizj nel fine dell' anno e del capo d'anno

Degli usi, e pregiudizj nel fine dell' anno.
Le donne, massimamente le più vecchie, si guardano dal lasciare per tale giorno imperfetto un lavoro già intrapreso.
Del capo d'anno; ed usi, e pregiudizj relativi al primo giorno dell’anno.
1. Anco fra contadini, come nella città, si usa il dare il buon capo d’anno: questo augurio si costuma solo fra gli anziani ed i capi delle ville, incontrandosi i quali fra loro, dicono: « bon dè, bon ann »;e  rispondendosi a vicenda « Dì ù ze conzeda: » cioè, buon giorno, buon anno: Dio ce lo conceda.
2. Sono vigilanti li contadini tanto uomini , che donne nel sortire di casa nel primo giorno dell’anno
a rimarcare il soggetto, che incontrano per il primo, desumendo da tale incontro un preludio o fausto, o funesto per le vicende dell’anno intero.
3. Se incontrano un povero, è un augurio cattivo.
4. Se incontrano un benestante, e dabbene, presagisce un buon anno.
5. Incontrandosi in un vecchio indica morte di qualcuno  della famiglia entro l’anno; quale presagio si ha incontrandosi in un prete da uomini, fanciulli, o donne maritate.
6. All’opposto, se una giovine nubile, od una vedova s’incontra in un prete, è segno, che in quell’anno deve unirsi in matrimonio.
7. In detto primo giorno dell’anno dicono i contadini, che bisogna fare un poco di tutti i lavori, i quali sogliono fare in tutto l'anno; perchè cosl vanno a riuscire tutti bene.
 

[tratto da "CAPITOLO VIII. Degli usi, e pregiudizj nel fine dell' anno."; "TITOLO V. DEGLI USI E PREGIUDIZI RELATIVI A CERTE EPOCHE PRINCIPALI DELL' ANNO. CAPITOLO l.",  in USI, E PREGIUDIZJ DE' CONTADINI DELLA ROMAGNA - OPERETTA SERIO-FACETA DI PLACUCCI MICHELE DI FORLI’ Aggiunto al Segretario, e Capo Speditore presso la suddetta Comune DEDICATA ALLI SIGNORI ASSOCIATI MDCCCXVIII.]

Le male femmine

Quando San Pietro viveva fra gli uomini un giorno si dipartì da Forlì con un cesto ricolmo di male femmine cui doveva donar loco. 
Risalì la val di Montone: e il cesto pesava grave come il peccato. Il Santo faceva fatica grande. 
Ed ecco che cominciò per suo sollievo a disseminar qualche pizzico delle malnate a Terra del Sole. Poi dovette continuare con qualche manciatella a Castrocaro. 
Ma andando passo dietro passo, vieppiù la strda si faceva erta e più aumentava il pondo del cesto. 
E così più si faceva sentir forte la fatica. 
Il Santo giunse a Dovadola che se ne stava schiantato. Tanto che a Dovadola ribaltò deciso il cesto e vi dette anzi, dal fondo rovesciato, un colpo della mano, che niuna donna vi rimanesse dimenticata, come l'inutile festuca.
E' così che a Dovadola è rimasto loco dove le puttane sono molte; che d'incontro, più su, a Rocca, puttane non ce ne sono punte, se è vero, come è vero, che San Pietro vi giunse, proseguendo per l'erta valle, col cesto svuotato. 
Paese di brava gente, Rocca! 
 [Livio Carloni, alias Luciano De Nardis, "A la garboja", La piè, 20 (1951): 157:159]

L'origine del romagnolo

Ui era San Pietre e e Signor che j andeva in gir e j arivè in Rumagna.
Quand S. Pietre e vest se bel paies e ch l era spuplè l ha cmenz a mett ‘t la testa ma e Signor chi vleva fe e rumagnol.
E e Signor ui geve: Arcordat ben che i ven cattiv, ch i biastemma.
E ‘lora San Pietre un e vuleva cred.
E e Signor e da un chelz ‘t na castagna ad sumar e e selta so e rumagnol cun e su caplen int l’ureccia e e dis: Oh boja de Signor a so i qua. – T l’ èvi dett cimm l’andèva a finì Pietre ?


(dialetto riminese – tratto da “saggio di novelle e fiebe in dialetto romagnolo di G. G. Bagli – Bologna 1887)

raccontami una storia

C'era una volta un Re
seduto sul sofà
che disse alla sua serva
raccontami una storia
e la serva incominciò:
C'era una volta un Re
seduto sul sofà ...






Nel centro medievale di Portico sorgerà la scuola per formare i moderni cantastorie ... la prima accademia di storytelling
La Repubblica on-line del 6 Giugno scorso ci informa di questa interessante iniziativa dedicata appunto allo storytelling. Una sorta di moderna versione dell'antica arte dei cantastorie nostrani. 
L'8 Giugno di quest'anno si svolgerà la seconda edizione dello Storytelling Night
L'iniziativa nasce dall'intuizione dei gestori del Vecchio Convento di Portico di Romagna che da tempo propongono tramite l'Accademy Olmo corsi e workshops su questo genere d'arte popolare. 
Occorre però capire meglio di cosa si tratta. Dal cantastorie allo storytelling.
Sui cantastorie esiste una vastissima bibliografia, storica e etno-antropologica. Se ne sono occupati nel tempo eminenti storici, ricercatori e divulgatori.
L'eredità di questa antica arte popolare è tutt'ora patrimonio delle associazioni (il Treppo; AICA; i nuovi cantastorie; rivista il cantastorie; il cantastorie) che conservano la memoria storica e l'archivio degli ultimi novellatori del '900. Fra tutti Lorenzo de Antiquis e Piazza Marino, che in Romagna hanno girato in lungo e in largo per borghi e paesi per narrare col canto musicale storie d'attualità e di fantasia.

evolution storytelling
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Lo storytelling invece è di origine anglossane e nella versione per così dire contemporanea lo si trova utilizzato in ambito terapeutico (ad esempio come terapia non farmacologica per l'assistenza dell'Alzheimer) ma anche in ambito politico e imprenditoriale. Tanti gli eventi dedicati, come ad esempio il Festival Internazionale di Storytelling Raccontamiunastoria.
Lo Storytelling è simile all’arte oratoria della recitazione e della propaganda politica per coinvolgere, emozionare e convincere lo spettatore pubblico. 
Tecnica questa ultimamente utilizzata anche nel marketing aziendale per creare dei contenuti emozionali (il cosidetto marketing virale) per "narrare" e raccontare con una storybord  i plus, i valori, l'identità di un'azienda, i know-how operativi (il sapere, il saper fare, e il saper essere) o le caratteristiche etiche e sociali dei prodotti di consumo.


• video in Rai-Teche Uno degli ultimi cantastorie pavesi, Adriano Callegari: esibizione in piazza  
http://www.teche.rai.it/1978/10/uno-degli-ultimi-cantastorie-pavesi-adriano-callegari-esibizione-in-piazza/
"Siamo alla fine degli anni 70, e questo filmato mostra l’ultimo dei cantastorie pavesi, Adriano Callegari, durante un suo spettacolo in piazza. Circondato da un nutrito gruppo di gente ( un “treppo”, in gergo) dapprima si esibisce con la sua orchestrina suonando il sax eseguendo(“Romagna mia”  e dopo racconta la storia di un bambino figlio di un operaio milanese, colpito da paralisi ed abbandonato da una madre snaturata (“Mamma perché non torni)."








costumenze diverse, pregiudizj e superstizioni varie ... il Basilisco

Alcuni vogliono, che il Gallo dopo l'età di un anno diventi oviparo, e che dalle sue uova nasca il Basilisco, il cui solo sguardo avvelena tutta la famiglia. da tele superstizione ebbe origine l'uso d'ammazzare ogni anno il vecchio Gallo al tempo della mietitura.
[tratto da Tradizioni popolari nella Romagna dell’Ottocento]



(Il basilisco è un animale leggendario, rappresentato con il corpo da serpente, la testa di gallo, ali e zampe d’aquila. La voce “Basiliscus”, che si incontra nella Vulgata, traduce l’ebraico Sephà, che indica un serpente velenoso terribile, non identificabile tra i viventi. Dagli antichi col nome Basilisco venivano designati strani mostri creati dalla fantasia a cui si attribuivano malefici poteri. Il Basilisco è l’essere favoloso del mondo dei serpenti, un rettile leggendario carico di significati simbolici.Nel corso degli evi il basilisco, che significa “piccolo re”, si modifica fino alla bruttezza e all’orrore. Scrive Plinio: “E’ un drago che ha sulla testa una corona d’oro, grandi ali spinose, una coda di serpente, che termina con la testa di un gallo. Il suo fiato avvizzisce la frutta. Il suo sputo brucia e corrode. Il suo sguardo spacca le pietre. L’odore della donnola lo uccide.Altra arma contro di lui è lo specchio: il basilisco è fulminato dalla sua propria immagine. E’ l’idea del maligno che lo morde”.Il basilisco, sempre secondo Plinio, che ne ha parlato a lungo, è un serpente lungo solo dodici dita che ha una macchia bianca sulla testa, a forma di diadema. “Il suo sibilo fa fuggire i serpenti: non striscia sinuosamente come gli altri rettili, ma avanza, col corpo eretto a metà.Il suo contatto e anche il suo alito uccide gli arboscelli, brucia l’erba da tanto è velenoso. E’ accaduto davvero che un uomo a cavallo uccise un basilisco colpendolo con la lancia ma il veleno seguì l’arma e uccise non solo il cavaliere ma anche il cavallo. La donnola è l’antidoto contro questo mostro. Alcuni re, desiderando vedere morto questo rettile, ne hanno fatto la prova: si butta una donnola nella tana del basilisco ed essa lo uccide col suo odore, ma anch’essa perisce. Così termina la lotta della natura contro se stessa.” Secondo altre fonti il basilisco nasce dall’uovo di un vecchio gallo di sette o quattordici anni, deposto sul letame e covato da un rospo o da una rana. E’ raffigurato da un gallo dalla coda di drago o da un serpente con ali di gallo. Il basilisco risiede nel deserto: meglio, egli crea il deserto. Ai suoi piedi cadono morti uccelli e imputridiscono i frutti.
Il basilisco, questo orrendo mostro mortifero è fulminato dalla sua propria immagine. Pare che gli antichi lo chiamassero basilisco che significa regale, a causa di quella macchia bianca a forma di diadema.
Per Pietro il Piccardo, che scrisse nel medioevo, il basilisco non poteva essere altri che il diavolo, e così la pensava la maggior parte degli scrittori del suo tempo. In molte cattedrali romaniche e gotiche, esso sta a rappresentare alternativamente, il diavolo e il peccato. Il medesimo basilisco nel secolo XIV e XV rappresenta il tradimento degli ebrei e nel XVI secolo viene associato alla collera e alla forza. Tra i peccati capitali il basilisco simboleggia la lussuria e viene combattuto da Cristo insieme al leone e al drago. La sifilide che si diffuse nel secolo XV fu denominata “morbo del basilisco”. Nei libri di emblemi medioevali si fa notare che il basilisco può essere sconfitto solo con l’ausilio di uno specchio che rifletta il suo sguardo velenoso.
“Il malefico basilisco da chiaro specchio sfugge, per propria rovina il veleno dei suoi occhi, chi è incline a fare del male al prossimo, è giusto venga colto egli stesso dal proprio impeto assassino” (Honberg, 1675).
Questo modo di opporre uno specchio al basilisco lo fa associare alla Gorgone, la cui vista faceva precipitare nel terrore e nella morte. I ciarlatani nei secoli XVI e XVII usavano fabbricare simili mostri, deformando abilmente le razze, piccoli pescecani o altri animali, e li esponevano poi nelle piazze per attirare gente. Il basilisco compare anche come termine militare, è il nome di una grossa bocca da fuoco, in uso nei secoli XIV e XV.
In alchimia è simbolo del fuoco devastatore che prelude alla trasformazione dei metalli. E’ l’immagine della morte che abbatte con feroce velocità, la falce è fulminea come lo sguardo, se non ci si pensa in tempo preparandosi con lucidità. Questo serpente è una immagine dell’inconscio, terribile e mostruoso per chi lo ignora e non lo riconosce fino al punto di disintegrare la personalità.
Bisogna guardarlo e riconoscere il valore per non diventarne vittima. I nostri lati di ombra sono in agguato finchè non li guardiamo allo specchio e li accettiamo. Ricordo un sogno in cui: la sognatrice incontra un uomo mostruoso che le dice: “guardami, ti mostro il mio limite.” E’ necessario fare i conti e guardare in faccia il mostro che siamo, sapendo anche che mostruosità e regalità coincidono, che nel nostro limite è celata la trasformazione. Incontro con l’ombra, morte, trasformazione sono strettamente legate. Prevale ancora il timore del serpente velenoso, come rappresentazione dell’inconscio pericoloso e nella maggior parte delle persone il lato mostruoso, tenebroso negativo della personalità resta inconscio.
Il basilisco può simboleggiare il male e le forze demoniache che solo l’eroe affronta.
L’io non può trionfare prima di aver conosciuto e assimilato l’ombra.)

IL FANTASMA DI MONTE POGGIOLO


N. B. prima di leggere questo racconto devi cliccare sulla foto in modo da ingrandirla adeguatamente; osservala con attenzione e noterai, alle spalle del personaggio in primo piano con zoccoli ai piedi, bastone sottobraccio e baffoni, sul rudere della garitta posta sopra la porta del castello, è affacciata una figura di donna con un camice bianco; una osservazione più attenta ti farà capire che non si tratta di una donna "in carne ed ossa" ma quasi certamente di una figura femminile "eterea" ovvero un fantasma!!!
Ecco, ci siamo, questa è la prova provata dell'esistenza del FANTASMA DI MONTE POGGIOLO sul quale la credulità popolare aveva nei tempi passati costruito una leggenda.
Ora che hai osservato attentamente la foto e sei tornato alla pagina del blog ti posso raccontare la LEGGENDA DEL FANTASMA DI MONTE POGGIOLO!
Intanto devi sapere che quella foto è stata scattata (non si sa da chi) alla fine del 1800 ed è stata trovata per caso sul banchetto di un rigattiere nella Piazza "del ferrovecchio" di Forlì un paio di anni fa.
La curiosità destata dall'inquadratura ha portato ad indagare meglio sul personaggio ritratto in primo piano ... (continua)

LA LEGGENDA DEL FANTASMA DI MONTE POGGIOLO

Dai ora un'occhiata a quest'altra cartolina, ritrae il Palazzo Comunale di Terra del Sole dopo i rifacimenti di fine '800, risulta edita da un certo G. Arfelli di Terra del Sole e, sul retro riporta i timbri postali del 1913 quando il paese era ancora capoluogo del Comune ed era posto ancora in Provincia di Firenze. La figura in primo piano sulla sinistra non assomiglia a quella in posa davanti alla Rocca di Monte Poggiolo? Quest'uomo è lo stesso dei due fotogrammi? Se si, chi è? Perchè rispetto agli altri uomini ritratti è l'unico in maniche di camicia e senza cravatta? Perchè il Primo Cittadino e il Gendarme lo fissano a "dovuta" distanza? Cosa sta dicendo l'uomo in nero che si affaccia dal bordo destro dell'inquadratura? Perchè le due donne ci voltano le spalle e fuggono verso il fondo della Piazza? Dove sta andando il ciclista? Troppe domande a cui non si riesce a trovare una risposta razionale. Tutto ciò fa aumentare il MISTERO attorno a questa enigmatica figura.

2 - il miracolo della quercia che fece i limoni


Allora ... il Re disse alla sua serva: "raccontami una storia e la storia incominciò ... La vita scorreva serena fra gli abitanti di Astro Raro e Serra del Sole quando una bella mattina per miracolo, la quercia della biondina fece i limoni ….

IL MAZZAPEGOLO

e’ mazapêgul
Scimmia che fila
fondo Soliani, Modena
... nella nostra tradizione popolare raramente si menzionano gli Spiriti Folletti. I quali sono invece operosissime nelle folande. Dalle folande sono passati alla vita quotidiana delle nostre genti, solo quando loro è stato consentito; quando appunto, raramente, la vita e la favola si sono potute insieme confondere ... Quella dei Mazapegul è una famigliola di folletti diffusi un po’ in tutta la Romagna, dal monte al piano, composta da diverse tribù fra le quali i Mazapedar , i Mazapigur , i Calcarèl e i Caicatrep ... nei racconti popolari ci viene descritto ... piccino, di pel grigio ... starebbe tra il gatto e lo scimmitto ... porta in capo un berrettino rosso o una berrettina d’oro ... del resto non ha vestimento di sorta ... non gira che di notte ... la passione amorosa è la sua esclusiva manifestazione ... Il Mazapegul è un vero e proprio incubo, scatena all’improvviso turbini di vento capaci di far volare via quanto capiti a tiro, comprese le persone. E’ un maestro nel provocare orribili sogni, senso di soffocamento e paralisi che opprime talvolta i dormienti. Entra di notte nelle stanze leggero come il vento, gira da un mobile a quell’altro e ti finisce nel letto e lì si pone a giacere sopra il ventre delizioso di una bella ragazza della quale ha la passione perché si innamora degli occhi e dei capelli e soprira: ad bëll òcc ! ad bëll cavéll ! (traduzione: che occhi belli ! che bei capelli !) e se la donna gli è affettuosamente sottomessa le fa la calza e staccia il fiore e le rassetta le stanze ma se la donna l’ha deriso, o peggio ha preferito a lui il moroso o il marito la scote con mala grazia, la batte, la morde, la graffia, le strizza le carni, la spettina oppure le aggroviglia i lavori, le nasconde gli oggetti più disparati, le tagliuzza le vesti. Le donne per liberarsene devono farsi vedere la sera mentre mangiano pane e formaggio e nel contempo spidocchiarsi e fare i propri bisogni. Il Mazapegul si offende talmente, non tanto per l’oltraggio subìto, quanto perché ritiene la sua protetta una persona assai poco pulita, e la notte seguente scandalizzato alla giovane le dice: bruta vaca, t’megn et pess et fe la caca (traduzione: brutta vacca, mangi e pisci e fai la cacca). E detto fatto s’invola per non farsi vedere mai più. Egli entrando nella casa lascia sul pozzo di corte il berretto, allora basta che qualcuno si affretti al pozzo e ghermito il berrettuccio di lana rosso lo getti nell’acqua profonda onde esser salvi dalle sue passionate insistenze e accasciato sul pozzo lamenterà implorevole per lunghe notti la virtù sfatata e si lamenterà: dam indrì e’ mi britin ! dam indrì e’ mi britìn ! perché privo del berretto, lo spiritello perde i suoi singolari talenti. Si racconta d’una ragazza amata, che gli aveva tolto il berrettuccio e non glielo voleva più rendere, lo spiritello la minacciò di un dispetto grosso e una sera che la ragazza andò al ballo la ragazza si trovò d’improvviso nuda nata. Ogni tanto i Mazapegul se la prendono anche con le bestie; girano per lo strame di notte, si attaccano all’addome e premono forte। Poi però si calmano di colpo e allora si mettono a lavorare di gran lena: le accudiscono, le puliscono e rinnovano loro la biada. ....

«Nell’Italia del Medioevo fino agli inizi del XX secolo la figura del folletto/
incubo è presente in diverse regioni italiane: è il Famei dell’Appennino modenese, il Massariol veneto, il Calcarot trentino, fino a diventare Monacello, Mazzamurillo, Gura o Quatacomero nel sud del nostro Paese.»
[la Ludla - Anno XII . Febbraio-Marzo 2008 . n. 2

L'immagine è una versione digitalizzata tratta da una incisione del XV-XVI° secolo conservata nel fondo Soliani di Modena
Biblio:

  • BAROZZI GIANCORRADO, Incubi, folletti, enzimi in Medicina, erbe e magia in Cultura popolare dell’Emilia-Romagna, Bologna, pp. 206-17
  • BRIGSS K., Fate Gnomi Folletti ed altri esseri fatati, Roma 1985, pp. 22-23
  • CALVETTI ANSELMO, Antichi miti di Romagna, Rimini 1987, pp.79, 88, 97- 104; Comportamenti ed attribuzioni del folletto attraverso l’etimo degli appellativi, «Lares» n. 4\1983 p. 627; Fungo agarico moscario e cappuccio rosso, «Lares» n. 4\1986 pp. 556-60; Il folletto della Mazza in «Rumagna», III, 1976, n. 2, pp. 135-57
  • DELL’AMORE FRANCO, Diavolo e poveri diavoli (a cura di), Cesena 1980, pp. 10- 30; Il Mazapegul – sottane e voglia di tenerezza, in «Abstracta», XV, maggio 1987
  • DE NARDIS LUCIANO, Viaggio al palazzo dei folletti, «La Piê» n. 4\1927, p. 79; E’ Mazapegul, «La Piê» n. 2\1924 pp. 26-27; La manifestazione amatoria d’e’ Mazapegul, «La Piê» n. 3\1927, pp. 54-55; Varianti della tradizione popolare del Mazapegul, «La Piê» n. 9-10\1928, pp. 182-83
  • ERCOLANI LIBERO, Vocabolario Romagnolo – Italiano, Edizioni del Girasole, Ravenna 1971
  • FABBRI P. G., Indemoniati a Roversano: uomini e donne in un processo per stregoneria ai primi del Seicento, «Romagna arte e storia», n. 13\1985, p. 47-56
  • FANTAGUZZI GIULIANO, Caos, Cronache cesenati del sec. XV, a cura di D. Bazzocchi, Cesena, 1915, p. 70
  • FOSCHI UMBERTO, E’ Mazapègol, «Corriere Cesenate», VIII n. 39, 1975, pp. 1-8
  • LAPUCCI CARLO, Dizionario delle figure fantastiche, Vallardi, Milano 1991, pp. 218-19
  • MAMBELLI ANTONIO, Lo spirito folletto a Forlì, Opuscolo per nozze Marini–Del Vecchio, Forlì, 1940
  • MASSAROLI NINO, Diavoli, diavolesse e diavolerie nella tradizione popolare romagnola, «La Piê» n. 3, 7 ,11\1923
  • MATTIOLI ANTONIO, Vocabolario Romagnolo Italiano, Galeati, Imola, 1879
  • MENGI G. Compendio dell’arte esorcistica, et possibilità delle mirabili, et stupende operationi delli demoni, et de i malefici, Bologna 1582, pp. 513-14
  • MORRI ANTONIO, Vocabolario Romagnolo Italiano, Faenza 1840, alla voce Mazapedar
  • PEDRELLI CINO, La tradizione del Mazzapégolo a Madonna del Lago nel Bertinorese, «Studi Romagnoli» xxv\1974, pp.176-82; Mazapegul romagnolo e Sotrè degli Alti Vosgi, «La Piê» n.3\1976, pp.111-14
  • RASPONI PULCHERIA, Leggenda romagnola del diavolo, «Rivista delle Tradizioni popolari» Roma, a. I n.2 \1894, p. 96
  • ROSSI IDA, Il Mazzapegolo spirito folletto della credenza popolare forlivese, «Archivio per lo storico delle tradizioni popolari» vol. XXV\1895, pp. 530-31
  • SILVESTRONI ERMANNO e BALDINI ERALDO, Per liberarsi del Mazapédar, in Tradizioni e memorie di Romagna, Longo editore, Ravenna 1990, pp.159-60
  • SPADA DARIO, Gnomi, fate, folletti e altri esseri fatati in Italia, Sugarco Edizioni, Milano 1989, p.212 (ove si cita la prima testimonianza del Mazapegul: Forlì, 9 maggio 1487)
  • TONELLI VITTORIO, Il diavolo e l’acqua santa in Romagna, Imola 1985 pp.204-09.
  • VALERI VALERIO, I folletti in Romagna, in «L’illustratore popolare», 23 aprile 1887

Questo l'ho fatto io: mazapegul wikipedia

१ - C'era una volta ...

«c'era una volta ... anzi ... una volta c'erano due paeselli molto carini e belli, posti ai confini di un vasto e vario territorio, denominato "Fra il Monte e la Marina".
Erano, questi paeselli, l'uno il "paese dei tondi", l'altro il "paese dei quadri", il primo si appellava Astro Raro, il secondo Serra del Sole.
Ad Astro Raro tutto era tondo, sferico, circolare, curvilineo, sinuoso। Arroccato sulle pendice di Monte Tondo, una graziosa e tondeggiante collinetta lambita dalle cristalline acque del torrente Acqua Cheta.Le sue case erano semisferiche come quelle del Polo Settentrionale, ma a differenza degli igloo, queste erano costruite non di freddo ghiaccio polare ma di caldi tessuti di lana di stelle, perchè, si diceva, "dove non passa il freddo non passa neanche il caldo".
La lana di stelle veniva pazientemente tosata, dai fanciulli del paesello, sui velli delle pecorelle che pascolavano allo stato brado nei prati stellati della Via Lattea n. 31 e seguenti.
Gli abitanti di Astro Raro erano famosi in tutto il cosmo per la loro maestria artigiana di fabbricatori di stelle comete. Ogni fucina di questi abili ed artistici fabbri ferrai sfornava ogni giorno una miriade di incandescenti sfere ardenti che, dalla sommità del Monte Tondo, con gigantesche catapulte, lanciavano nel cosmo profondo per costellarlo di nuove stelle comete.
A Serra del Sole, invece tutto era cubico, squadrato, rettilineo, equilibrato, proporzionato.
La cittadella era adagiata sul piano, ai piedi di Monte Tondo, a fianco del torrente Acqua Cheta, nella valle di Marina di forma rettangolare con strade dritte e parallele su cui si affacciavano i parallelepipidi delle abitazioni.
Le case era costruite con materiali diversi, ma ben acconci alla bisogna, dalle pietre di "sasso spungone" scolpito dalle pendici di Monte Quadro, ai mattoni cotti d'argilla raccolta nelle Cave di Terra Rossa alle assi di legno d'abete bianco tratto dalle ricche Foreste dei Campi di Pigna.
Tutt'intorno alla cittadella erano i campi agricoli organizzati secondo il sistema della già nota centuriazione. In ogni riquadro di terra una serra perchè, dovete sapere che gli abitanti di Serra del Sole erano degli esperti agronomi specializzati nella cultura di Gira Soli, una pianta particolarmente adatta ad essere venduta sui mercati delle galassie dalla quale si ricavava un olio prezioso per accendere le lanterne del firmamento nelle notti di eclissi lunare.
La vita scorreva serena fra gli abitanti di Astro Raro e Serra del Sole, una piacevole armonia fluiva nell'aria e le relazioni con le vicine popolazioni del territorio posto "fra il Monte e la Marina", quando un giorno un Re disse alla sua serva: raccontami una storia e ... una storia incominciò ....
Stretta la foglia larga la via or dite la vostra ch'io ho detto la mia ....»
Fiaba arrivata al gruppo discussione: http://groups.google.com/group/castrocatoENDterradelsole