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Casi irrisolti e guai legali, blogger in cerca di giustizia

La petizione, la raccolta di firme porta a porta, il volantinaggio in strada sono la vecchia maniera di chiedere giustizia. Il modo più efficace per raccontare la propria storia e ricevere dimostrazioni di solidarietà, raggiungendo un pubblico molto più vasto, è mettere tutto il materiale su un blog monotematico. Testi, video, foto e rassegne stampa cercano di richiamare l’attenzione su casi aperti. O chiusi nel peggiore dei modi. (...)

Gli amici di Alberto Mercuriali invece attaccano il giornalismo e col blog che gli hanno dedicato propongono un’alternativa al sistema dell’informazione esistente. Il ragazzo, 28 anni di Castrocaro Terme, si è ucciso col gas di scarico delle propria auto lo scorso luglio. Qualche giorno prima i giornali locali avevano scritto del ritrovamento da parte dei carabinieri di alcuni grammi di hashish a casa sua. Il blog si occupa tra l’altro del rapporto tra droga, legalità e mezzi di informazione.
[Panorama.it]

DROGA: IL PIANO D'AZIONE DI FERRERO, CONTRO OGNI SBALLO

ANSA - 2007-11-29 12:31 - ROMA - Un piano valido un anno, per recuperare il tempo perduto e intanto preparare quello a più lungo respiro, che avrà durata triennale come vuole l'Europa: e' il Piano italiano di azione sulle droghe, che il ministro della solidarietà sociale Paolo Ferrero ha scritto in collaborazione con alcuni colleghi di governo, e che l'Ue ci ha chiesto da tempo visto che l'Italia, insieme a Malta, è l'unico Paese europeo a non esserne dotato.

Quello di oggi è il penultimo step del Piano d'azione, che dopo l'ok del Consiglio dei ministri dovrà ora affrontare il vaglio della Conferenza Stato-Regioni ed enti locali. Il documento prevede per la prima volta una valutazione del raggiungimento degli obiettivi e un forte coordinamento tra tutti i soggetti impegnati nell'intervento sulle droghe. Sempre per la prima volta, sarà fatta una mappatura delle risorse e del sistema dei servizi per le dipendenze; saranno anche definiti i criteri per trasformare i servizi a fronte delle nuove forme di consumo, includendo oltre a sostanze stupefacenti come la cocaina e le droghe sintetiche anche il doping e il gioco d'azzardo patologico. Cinque gli assi sui quali è incardinato il piano, che copre tutto il 2008: coordinamento nazionale e interregionale; riduzione della domanda; riduzione dell'offerta; cooperazione internazionale; informazione, ricerca, valutazione.

COORDINAMENTO - Prevista la creazione di un coordinamento permanente tra le amministrazioni centrali, regionali e locali competenti e la ricostituzione del Coordinamento tecnico tra le Regioni in materia di droga. Una delle grosse novità è la valutazione del raggiungimento degli obiettivi indicati nel Piano, che sarà attuata mediante la stesura di un report indicante le criticità e i suggerimenti per il Piano triennale.

RIDUZIONE DOMANDA - Si prevede la creazione di Piani d'azione regionali di durata pluriennale. Nei locali di divertimento, i servizi per le dipendenze faranno interventi di "prevenzione selettiva" rivolti ai consumatori. Sarà istituito l'Osservatorio sul disagio giovanile legato alle dipendenze. Si farà una mappatura del sistema dei servizi, che servirà a definire i criteri per riformarli, anche a fronte di nuove forme di consumo come la cocaina, le droghe sintetiche, le sostanze dopanti e il gioco d'azzardo. Poi ancora definizione dei Livelli Essenziali di Assistenza per le dipendenze patologiche, produzione di linee guida sulla riduzione del danno e individuazione delle tipologie di intervento che possono, da sperimentali, diventare stabili, oltre al coinvolgimento dei medici di base nel trattamento delle persone dipendenti, in collaborazione con i Sert.

BOLLINI CONTRO GIOCO PATOLOGICO E DOPING - Previsti accordi con le associazioni dei gestori di slot machine, per sensibilizzarli alle problematiche del gioco patologico e farli aderire a un codice di auto-regolamentazione: i locali che si adegueranno avranno una sorta di bollino di qualità, una certificazione di "locale libero da gioco patologico". Stesso percorso per le palestre: accordi con le associazioni di categoria per sensibilizzare i gestori alle problematiche del doping e rilascio finale della certificazione di "palestra sicura".

RIDUZIONE OFFERTA - Obiettivo principale è migliorare gli interventi repressivi di contrasto alla produzione e al traffico, concentrandosi sulla criminalità organizzata. Previsti accordi di cooperazione transnazionali. Tra le curiosità, la modifica della legge attuale sulla droga (309/90) per consentire la coltivazione della canapa sativa (la pianta da cui si ricava la fibra, non quella da cui si ottiene l'hashish) "a fini leciti". Da segnalare anche la lotta al traffico di droghe via Internet, anche attraverso una mirata revisione normativa (come già avvenuto per la pedopornografia).

COOPERAZIONE INTERNAZIONALE - Prevista l'assistenza finalizzata alla creazione di attività economiche alternative alle coltivazioni illegali (ad esempio l'aiuto ai contadini afghani per trasformare le colture di oppio).

INFORMAZIONE - Previsto l'avvio del nuovo Sistema Informativo Nazionale Dipendenze (Sind), un nuovo modello di raccolta dati sui consumi. Il piano vuole anche attivare in via sperimentale il Sistema di Allerta Rapido (Early Warning System) nazionale, in linea con quanto previsto in ambito europeo: si tratta, in sostanza, di raccogliere, validare e diffondere le informazioni, fornite dagli operatori delle dipendenze, sulle nuove sostanze che compaiono sul mercato o su sostanze tagliate in modo da essere pericolose, sulle nuove tendenze e i nuovi fenomeni. Per quanto riguarda le sostanze dopanti, infine, si prevede un'azione di informazione da attuare per telefono e attraverso i mass media: in pratica, una sorta di numero verde sul doping.

Rovinato dalle canne ... mi hanno confuso il cervello

L'altra Perugia, quella dell'omicidio di Meredith, quella che i mass-media hanno "pompato" a dismisura relegando nel dimenticatoio la vicenda di Aldo Bianzino .... in questa intervista esclusiva di Repubblica emerge che il principale indagato (Raffaele Sollecito) si faceva tante di quelle canne che non gli hanno permesso di capire cosa stava succedendo ....

Messa così, l'italiano medio capisce che chi si fa le canne può trovarsi suo malgrado imputato d'omicidio ma non capisce la ragione per cui si possa morire ingiustamente in carcere.

Leggete e imparate ...

Domanda: C'è qualcosa che non rifarebbe, che si pente di avere fatto o detto negli ultimi giorni prima dell'omicidio o dopo?
Risposta: "Tanto per cominciare non mi farei tante canne. Mi sono intontito per giorni e giorni e adesso capisco che non avere il cervello lucido non mi ha certamente aiutato quando ho dovuto dimostrare la mia innocenza".

Perugia ... ombelico dello stivale ? Casini (Pierferdi .... il mitico ... come il giovedì non sta mai zitto!!!)

INGLESE UCCISA: CASINI, IMMAGINE PERUGIA INACCETTABILE (ANSA) - PERUGIA, 17 NOV - È «inaccettabile» l'immagine data della città di Perugia in seguito all'omicidio della studentessa inglese Meredith Kercher, secondo il leader dell'Udc, Pierferdinando Casini, che ha espresso la propria solidarietà «alla città e ai suoi abitanti». «Il tema della sicurezza - ha detto Casini oggi pomeriggio a Perugia in un incontro pubblico - per me è tema decisivo». «Molte città - ha continuato - sono insicure. Certo anche l'Umbria ha i problemi di sicurezza che 15 anni fa non aveva. Roma non è quella delle vetrine del Festival del Cinema. Bologna è una città sotto scacco della delinquenza». Secondo Casini, «Perugia certamente si confronta con problemi di delinquenza nuovi. Ma è una grande città, con una università che è nella storia del nostro Paese». «L'immagine semplificata, rozza e volgare che proviene da molte ricostruzioni di queste ore, anche televisive - ha concluso Casini - dalla quale sembra che Perugia sia una casbah dove circolano solo droga e delinquenza, è inaccettabile». (ANSA). PE/AM 17-NOV-07 18:15 NNN

Notiziona ... dell'ultima ora ... così tanto per evitare di screditare Perugia ...

INGLESE UCCISA: FEDERFARMA, QUI NON PIÙ DROGA CHE ALTROVE (ANSA) - PERUGIA, 18 NOV - Anche i farmacisti entrano nel dibattito sull'immagine («distorta», secondo il Comune) della città di Perugia, fornita da alcuni media dopo l'omicidio di Meredith Kercher. In riferimento, in particolare, alla diffusione della droga, il presidente della Federfarma umbra, Augusto Luciani, ha affermato che «da qualche anno la vendita delle siringhe è 'standardizzatà» e la situazione, a Perugia, «è analoga a quella di molte altre città universitarie». Nelle quattro farmacie del centro storico - ha riferito Luciani - si vendono in media 100 siringhe al giorno, ma già in periferia la richiesta è praticamente nulla«. »Il consumo - ha osservato - è standardizzato, se non, probabilmente, diminuito«. »Una delle ragioni - ha spiegato Luciani - potrebbe essere un aumento del consumo di cocaina rispetto all'eroina. Ma in ogni caso, dal nostro 'osservatoriò, non rileviamo una degenerazione del fenomeno del consumo della droga, negli ultimi anni«.(ANSA). PE 18-NOV-07 16:00

Questa è la stampa ... questa è l'informazione pubblica ... che ci volete fare ... il diritto di parola non si nega a nessuno ... l'importante sarebbe evitare di dire cazzate ... o meglio l'importante sarebbe dire le cose come stanno e per quelle che sono realmente ...

il silenzio mediatico

il silenzio mediatico
Un presunto omicidio, ad oggi velato di mistero, da vicenda locale, si fa notizia nazionale e quindi internazionale, eppure i principali Media sembrano ignorarla. Solo La Nazione, quotidiano locale, Liberazione , il Manifesto e Lettera 22, con altri giornali online, mantengono una cronaca costante dei fatti. Il primo novembre, il TG3 e la Repubblica rendono pubblica la notizia ma, ad oggi, se si digita sul motore di ricerca delle altre maggiori testate il nome di Aldo Bianzino, il risultato è un bello zero, il fatto non sussiste. Il primo novembre tutte le prime pagine riportano l’orrendo omicidio di Giovanna Reggiani a Roma, commesso da un rom, l’omicidio di Perugia conquista la sedicesima pagina di Repubblica, mentre in quattordicesima si rende noto che la Cassazione ha depenalizzato la coltivazione di cannabis per “uso ornamentale”. Tuttavia per cannabis si muore! Ne seguirà un commento di Michele Serra che conclude: “uno Stato con i nervi saldi non se la prende con gli hippies: se non altro perché avrebbe cose più urgenti e più serie da fare”. La tragedia di Aldo Bianzino si è consumata mentre in parlamento si discuteva della commissione per il G8. E\' forse perciò che la notizia ha avuto così poco risalto sui Media? Oppure, per molti Media, paga di più cavalcare l\'onda xenofoba, rivendicando ronde e derive autoritarie? Non si può essere sgomenti, tanto quanto, di fronte alla violenza di un disperato a Roma e di apparati dello Stato in un carcere? Non si pone, in Italia, un problema di civiltà ben più vasto, che va oltre il problema dell\'immigrazione? Quesiti che si sovrappongono mentre il dibattito sulla sicurezza ricopre sempre più vesti ideologiche e di propaganda politica, non dando ascolto alle statistiche che parlano del crescente fenomeno della violenza domestica. Si cacciano gli zingari, i diversi, i poveri, mentre sempre più spesso una donna muore per mano di un marito o di un fidanzato, la violenza si consuma dove dovremmo trovare rifugio e sicurezza, anche tra le mura di istituzioni che dovrebbero garantire l’incolumità. Aldo Bianzino è ricordato come mite, ”ghandiano”, pacifista, magro, etereo, alto, occhi azzurri dietro le lenti, “così rispettoso e riservato da mettere soggezione”. Viveva a Pietralunga, Perugia, in un cascinale, era falegname, lascia la sua compagna e tre figli a 44 anni. 08/10/2007 Marcello Sordo

Io ho paura dell’uomo nero

Io ho paura dell’uomo nero

Io ho paura dell’uomo nero, ho paura del silenzio, ho paura dell’impunità, ho paura dell’indifferenza, dei giorni che passano senza che si faccia nulla, dell’oblio, del tirare avanti, dell’egoismo e della mancanza di solidarietà, della distanza che ci sta separando.

La notte tra il 13 e il 14 ottobre è stato assassinato, nel Carcere di Capanne a Perugia, Aldo Bianzino, un uomo di 44 anni, arrestato due giorni prima, insieme alla sua compagna Roberta, per possesso di piante di marijuana. Infarto dichiara il primo referto medico, secondo una prassi più che conosciuta, ma la seconda prova medica riscontra sul corpo di Aldo gravi contusioni al cervello, alla milza, al fegato, e diverse costole rotte.

E Aldo è morto. Come? Perchè? Chi è Stato?

L’accusa è di omissione di soccorso per i poliziotti incaricati di sorvegliare i detenuti quella notte.

Vogliamo chiarezza sui lati oscuri di questa vicenda.

Non ci basta una inchiesta aperta su un omicidio volontario contro ignoti, vogliamo che nessuna certificazione falsa e nessuna omissione omertosa incida sulla certezza della verità.

Vogliamo che la responsabilità della morte di Aldo sia assunta colettivamente, non sia attribuita solo all’istituto penitenziario ma al suo sistema carcerario.

Il caso di Aldo è troppo simile a quello di Giuseppe Ales, Federico Aldrovandi, Alberto Mercuriali, Marcello Lonzi, tutti figli di una sorta di "spontaneismo intollerante" che agisce violentemente contro gli stili di vita non omologanti.

Inoltre le loro e altre storie di violenze, morti e silenzi di Stato ci raccontano che nessun passo verso verità e giustizia si può fare se tutto viene delegato alle istituzioni.

E’ tempo di costituirci in comitato per la verità su Aldo, perchè non ci fidiamo di uno Stato che processa se stesso e che alla fine finisce sempre per autoassolversi o al massimo nel trovare un capro espiatorio che paghi al posto di un sistema che rende normale la violenza istituzionale e la tortura: quando la tortura non è reato il carcere uccide!

Vogliamo la verità, vogliamo che a nessun’altro succeda quello che è successo ad Aldo.

Vogliamo l'abrogazione della legge fini giovanardi.

Vogliamo vivere la nostra sicurezza, la nostra vita.

Vogliamo disinnescare le paranoia securitarie e arrestare le aggressioni proibizioniste, disattare le dinamiche di esclusione e di controllo sui corpi.

Vogliamo una municipalità altra, fatta di cittadinanze attive e partecipazione.

La sicurezza che vogliamo è sicurezza sul lavoro.

La sicurezza che vogliamo è sicurezza di avere un reddito.

Un paese che tortura chi coltiva una pianta e criminalizza gli stili di vita difficilmente può essere chiamato un paese civile.

Non vogliamo bugie, mistificazioni, insabbiamenti.

A chi chiede piu' carcere chiediamo verità e giustizia.

Oggi Trasformiamo la nostra paura in azione.

Perché mio figlio è morto?

Perché mio figlio è morto?
Cari amici de il manifesto, sono il papà di Aldo Bianzino (morto di percosse nel carcere di Perugia il 23/10 dopo essere stato arrestato per detenzione di marijuana, ndr), vi chiamo amici perché, pur non conoscendovi personalmente, vi ho sentiti vicini nella tragedia che ci ha colpiti. Io e mia moglie desideriamo vivamente ringraziare voi e tutti coloro che hanno seguito e raccontato i fatti. Un grazie va a Luigi Manconi, al quale in particolare ci affidiamo perché non molli e faccia di tutto per arrivare alla verità e identificre i colpevoli, e alla signora Maria Ciuffi, la mamma di Marcello Lauri che era stata colpita da una tragedia uguale e che ci ha scritto una lettera che voi avete pubblicato. Unisco a questa lettera alcune mie riflessioni delle quali mi assumo in ogni caso tutta la responsabilità scaricando eventualmente voi.
1. Quelli che hanno massacrato Aldo si sono comportati come i componenti della famigerata banda Kock, o come gli aguzzini di Videla o di Pinochet. In quella gente però c'era una diversità: combatteva, in modo ignobile, contro qualcuno, aveva una parte avversa, inerme e debole, ma comunque avversa, che stava «dall'altra parte», che, almeno ai loro occhi, si configurava come «nemico». Lungi dall'essere una giustificazione, questa se non altro può essere una spiegazione. Ma Aldo, di chi poteva essere «parte avversa»?
2. Il direttore del carcere chiama se stesso e la sua organizzazione fuori da ogni colpa: ma in quel carcere, che si definisce «di sicurezza», non era forse lui prima di tutti il responsabile di ciò che avveniva, della vita e della salute di chi gli era stato affidato? Si possono paragonare tra loro l'illegalità (secondo la legge italiana attuale) di coltivare piante di cannabis e le sevizie mortali (materiali, mentali, morali) inflitte ad un uomo? Eppure si sente già aleggiare, tra i «benpensanti», la gente «per bene», che in fondo era un drogato, quindi aveva le sue colpe. La legge infame di cui sopra, tra l'altro, accomuna marijuana e crack, eroina, cocaina, etc.: è come paragonare la camomilla ai barbiturici. Quanto al tenore di cannabinolo contenuto nelle piantine coltivate ai nostri climi, per una pianta che, a quanto mi risulta, è acclimatata bene in Libano e in Messico, credo ci sarebbe da discutere. Per l'accusa di spaccio, basta ricordare che la perquisizione in casa di Aldo ha fatto trovare in tutto 30 (trenta!) euro. E Aldo non aveva conto in banca o in posta.
3. Mi dicono che il Pm che ha in mano l'inchiesta sia una persona seria, che vuole andare a fondo e trovare i colpevoli. Ma è quello stesso che ha fatto arrestare Aldo e la sua compagna. Possibile che non avesse saputo che così facendo avrebbe lasciato soli in una casa isolata sull'Appennino un minore (quattordicenne) con la nonna ultranovantenne dalla salute precaria?
4. Non ho nessuna fiducia che si arrivi a stabilire la verità tramite la «giustizia» italiana. Abbiamo troppi esempi in cui lo stato italiano ha coperto le colpe di delitti e stragi su cui aveva interesse che la verità non venisse fuori. Mi vengono in mente Piazza Fontana, Brescia, Bologna, l'Italicus, Ustica, il G8 di Genova, l'assassinio di Pinelli, in cui il primo responsabile a sua volta è stato messo a tacere in un modo che ricorda parecchio il caso Kennedy, mandando poi in galera gente che probabilmente non c'entrava affatto. Voglio vedere (ma vorrei non vedere) se anche qui trionferà la logica degli omissis (magari non dichiarati) del segreto di stato, della vergogna. Siamo sicuri che tutte le morti avvenute in carcere in questi anni e catalogate come «suicidio» siano state veramente tali?
5. C'è un pezzo per pianoforte di Robert Schumann, triste, ma di una tristezza quasi incredula, che ripete, in vari toni, la stessa frase musicale che è una disperata domanda: si intitola «Warum?», perché?
Giuseppe Bianzino

Perugia "sicura da morire" In duemila in piazza per Aldo






11/11/2007
La manifestazione per chiedere verità e giustizia per il 44enne ucciso dal carcere
Dopo l'arresto per possesso di piante di marijuana. Dubbi sulla versione ufficiale

Perugia "sicura da morire" In duemila in piazza per Aldo

Checchino Antonini
Perugia nostro inviato
«Ce lo dica se suo marito soffre di cuore, ce lo dica che lo salviamo!», le diceva a brutto muso un ispettore capo entrato nella cella alle sette e mezza di quella domenica. «Ce lo dica? ma Aldo era già morto». Roberta Radici ricorda con rabbia mentre sfila con duemila persone per le strade di Perugia. In duemila per chiedere verità e giustizia sulla morte del suo compagno Aldo Bianzino, arrestato con lei, per possesso di marijuana, al mattino di due giorni prima, di fronte al figlio più piccolo, Rudra, minorenne, che restò solo con la nonna di 91 anni in un casale di Pietralunga, a nord di Perugia, tra Gubbio e Città di Castello. Infarto, dirà la prima bozza di versione ufficiale ma poi le perizie scopriranno lesioni alla milza, al fegato, quattro emorragie al cervello molto importanti, ossia con grandi perdite di sangue. E nessun segno esteriore di percosse. La magistratura indaga contro ignoti per omicidio e su una presunta omissione di soccorso di un agente penitenziario di servizio quel 14 ottobre che incassa subito la solidarietà preventiva di An. Un pestaggio da professionisti, una roba da film americano, pensano molti di quelli venuti a manifestare da varie città accanto agli amici e ai familiari di Aldo. I tre figli sul camioncino che guida il corteo ringraziano tutti. Uno è avvolto in una bandiera arcobaleno.
Mite falegname, esile, meditativo, incensurato. Aldo era venuto negli anni '80 dal Piemonte, passando per l'India dei suoi maestri spirituali, a cercare terra per vivere in pace e suonare l'armonium per il suo canto rituale. Molti manifestanti sono gente della montagna come lui. Altri sono attivisti della sinistra umbra, Prc, Cuc, anarchici, antiproibizionisti dell'Mdma, Cobas, Rdb, ultras delle curve di Perugia e Ternana, militanti del Gabrio di Torino, gente venuta da Roma, dalla Toscana ma anche Radicali e gente normale scossa dalla vicenda di Aldo. Con le lacrime agli occhi, «non si può morire per del fumo», sfilano gli amici di Alberto Mercuriali, suicida a Forlì dopo l'arresto per pochi grammi d'hashish. E, dietro uno striscione con cinque nomi scritti, i compagni e gli amici degli anarchici arrestati pochi giorni fa a Perugia con l'accusa di terrorismo. Avrebbero spedito una busta con due proiettili alla presidente dell'Umbria, Maria Rita Lorenzetti. Li ha arrestati Ganzer, il capo del Ros dei carabinieri, quello del teorema di Cosenza. «Ma le intercettazioni parlano d'altro e non c'è lo straccio di una prova, anche dopo un interrogatorio reputato violento dal difensore ha ribadito la sua innocenza - dice Aurelio Fabiani, il padre di Michele, il più giovane dei cinque - Lo accusano di aver scritto un volantino contro l'ecomostro di Spoleto (7 piani per 30 metri di larghezza nel centro storico, ndr) simile, per "affinità terminologiche" a un volantino insurrezionalista. In realtà sono solo accusati di essere anarchici. E il sorriso di Lorenzetti, a fianco di Ganzer, suona come una condanna preventiva».
"Sicuri da morire" dice lo striscione d'apertura legando la vicenda di Aldo all'ossessione sicuritaria che vive il Paese. «La città ha dato una prima risposta dal basso», osserva Francesco Piobbichi, responsabile nazionale Droghe del Prc, «questa piazza parla anche di Genova ma chiede di uscire dalla narrazione retorica sulla sicurezza. Se a Perugia ci sono state 31 overdose in dieci mesi è anche perché la logica repressiva produce clandestinizzazione».
Aldo coltivava marijuana, ne hanno trovate 57 piante, ed è bastato a sbatterlo in carcere nonostante una sentenza della Cassazione abbia sancito che possedere erba per uso personale non è reato. Qualcosa è successo in quella cella di Capanne, il nuovissimo carcere perugino, inaugurato da Castelli quand'era guardasigilli. «Non è un luogo famigerato - spiega Patrizio Gonnella di Antigone - è nella media. Per questo quello che è successo ci preoccupa molto di più. E' una storia anomala. Tra suicidi e morti "naturali", dietro le sbarre muoiono in 180 ogni anno. Ma Bianzino non era un piantagrane e la sua non è una morte naturale».
Giuseppe Bianzino somiglia come una goccia d'acqua ad Aldo. «Pare di rivederlo», dice chi conosceva il falegname di Pietralunga. «Al di là di tutto, mio figlio era pacifico e tranquillo - dice - ma anche il peggiore dei delinquenti non lo puoi trattare così. Che nessuno mi chieda se voglio perdonare». «Mai stato tossico, mai stato in un Sert», ripete Gioia Toniolo, la madre dei primi due figli di Aldo, per smentire le «insinuazioni» della stampa locale. D'altronde, l'esame tossicologico non ha rilevato che tracce d'erba. Per quelle non si va al Sert. Il comitato Verità per Aldo non ha dubbi: lo ha ucciso il sistema carcerario, e non c'è fiducia «per uno Stato che processa sé stesso perché tende ad assolversi». L'incidente probatorio della scorsa settimana, quando due dei 5 detenuti sentiti hanno dichiarato di aver sentito Aldo suonare il campanello e la guardia rispondergli sgarbata «Basta, non rompere il cazzo». La paura fa novanta dietro le sbarre. Chissà perché gli altri non hanno parlato? Perché Aldo stava male? Perché cercava un medico, visto che le autopsie hanno trovato una salute di ferro? Perché le amministrazioni stanno zitte? «Chissà a quanti altri è capitato?», si chiede ancora Roberta. «Bianzino è una delle troppe vittime delle leggi repressive - dice Italo Di Sabato dell'Osservatorio contro la repressione - come la Fini Giovanardi».

BIANZINO, ALLA RICERCA DELLA VERITA' 11/11/07

BIANZINO, ALLA RICERCA DELLA VERITA' 11/11/07

Un corteo sfila a Perugia per chiedere che l'inchiesta vada avanti più spedita e faccia chiarezza su troppi punti oscuri. Mentre a sorpresa salta fuori che Aldo non ha costole fratturate come finora si era scritto

Nella foto di R. Martinis un momento della manifestazione

Emanuele Giordana

Domenica 11 Novembre 2007

Perugia - Verità e giustizia per Aldo. Lo striscione rosso su fondo bianco è in testa al corteo che parte da piazza Bove, alla periferia di Perugia. Mille, duemila persone, forse di più. Arrivano alla spicciolata dalla città, dai dintorni, da Roma o da altre città italiane. Dalla campagne collinari dove viveva Aldo Bianzino, ebanista torinese trasferitosi diversi anni fa a Pietralunga ed entrato venerdi 12 ottobre nel carcere di Capanne per uscirne deceduto due giorni dopo. Morto in condizioni misteriose e in un’atmosfera che definire poco chiara è un eufemismo. Inizialmente il caso di Aldo sembrava destinato a qualche trafiletto in cronaca locale con un’indagine chiusa per un decesso dovuto a cause naturali. Ma il sostituto procuratore che lo aveva fatto arrestare per possesso di alcune piante di erba, ha però voluto vederci chiaro aprendo un’inchiesta sulla morte del quarantaquattrenne falegname di Pietralunga che tutti ricordano con commozione e affetto.
Al corteo, voluto da un comitato che si è costituito nelle settimane scorse e raccoglie gruppi e associazioni di vario genere, ci si è arrivati anche per continuare a fare pressione sulle indagini che al momento non sembrano aver prodotto molto oltre alle indagini autoptiche non ancora concluse e a un dossier aperto su una guardia carceraria. Difficile in questi giorni di grande attenzione sul delitto della giovane studentessa americana, “bucare il video” delle cronache piccanti sulla morte con risvolti sessuali che sembra appassionare il giornalismo italiano, mentre la vicenda “ordinaria” della morte di Aldo sembra trovare poco spazio e scarsa attenzione sui quotidiani. Un modo per richiamare l’attenzione su una vicenda dai contorni oscuri e che rilancia il tema della vita (e della morte) nelle carceri di un paese membro del G8 e che ha dato i natali a Cesare Beccaria. Non è un caso se al corteo c’è Patrizio Gonnella, dell’associazione Antigone, o Italo Di Sabato uno dei responsabili dell’osservatorio creato dalla madre di Carlo Giuliani. La famiglia Bianzino è in prima fila. La prima moglie Gioia, la compagna Roberta, i figli Aruna Prem, Elia, Rudra. I tanti amici, Daniela, Gloria, Benedetto… e tanti altri che Bianzino non lo hanno mai conosciuto e che hanno appreso la notizia da internet o da qualche blog.
Intanto le indagini continuano. Quelle di parte sono le più facili da conoscere. Non si nega l’avvocato Massimo Zaganelli che ha preso talmente a cuore il caso che sta difendendo gratuitamente Roberta Radici, l’ultima compagna di Aldo. Lo incontriamo mentre sta accompagnando Roberta, poco prima della manifestazione, al consiglio regionale dell’Umbria dove ha fatto presente all’assessore regionale alle politiche sociali, Damiano Stufara le sue difficoltà economiche (vedi l'articolo su SpoletOnline) visto che la sua pensione non le basterà certo a pagare le spese legali cui va incontro. Tra queste c’è anche la parcella di Giuseppe Fortuni, che Roberta Radici ha nominato come esperto di medicina legale di parte. Ma anche Fortuni, che insegna medicina legale all’università di Bologna e che è noto per le ricerche seguite alla morte del ciclista Pantani, ha più che dimezzato le sue competenze quando ha saputo che per la famiglia di Aldo sarebbe stato un problema. Il fatto è che Zaganelli voleva essere sicuro che tutto il possibile fosse stato fatto prima dell’interramento del corpo di Aldo che avverrà domani con una cerimonia nel suo comune di residenza. E qui arrivano le sorprese.
Fortuni non ha potuto visionare il fegato e il cervello di Aldo che sono stati asportati per ricerche più approfondite ma ha potuto costatare che le sue costole sono in perfetto stato. Quella delle costole rotte (prima due, poi una, ora nessuna) è davvero una storia bizzarra. Come uscì questa notizia sulla stampa? E perché non è mai stata smentita ufficialmente se non adesso che, parlando coi giornalisti, Fortuni testimonia che non c’è alcun segno di trauma sulle costole? Quanto al fegato Fortuni non nasconde le sue perplessità. Ha visto le foto e dunque costatato gli ”strappi” che si devono a una qualche forma di “pressione violenta”. “Certo – dice il medico legale – è persino possibile che la devastazione del fegato di Bianzino si debba a un massaggio cardiaco mal fatto. La letteratura medica mondiale cita qualche caso. Io, nella mia esperienza, forse 30mila autopsie, non l’ho mai visto”.

Bianzino ... ritratto di famiglia

BIANZINO, RITRATTO DI FAMIGLIA 11/11/07

Il ricordo del padre. "Ci si capiva con un gesto" e se si arrabbiava faceva il "digiuno delle parole"

Nella foto di R. Martinis Aruna Prem ed Elia, i due figli maggiori di Aldo Bianzino

Em. Gio.

Domenica 11 Novembre 2007
Perugia - Si abbracciano i tre figli di Aldo, in testa al corteo. Sorridono e anche scherzano tra loro. Elia, il secondo, 21 anni e un lavoro in un ristorante del perugino, ha una bandiera della pace avvolta al collo. Assomiglia davvero a suo padre questo ragazzo magro e lungo con un pizzetto di tutto rispetto sotto il mento. Accanto a lui il primogenito, Aruna Prem, studi da ingegnere telematico a Torino, 24 anni. Attorno a loro molti ragazzi, amici: “tanti non li vedevo da tempo – dice Elia – e sono contento. Mi fa piacere, c’è una bella energia”. Ha fatto il liceo linguistico Elia ma poi ha scelto di smettere e di andare a lavorare: “Ognuno deve fare quel che gli piace”, commenta il fratello e si capisce che non è una frase fatta. Che in questa famiglia, insomma, si respira aria di libertà e di tolleranza.
Così del resto era Aldo Bianzino, così lo ricordano tutti: “un uomo di poche parole? Si è vero – commenta Elia – ma anche una persona che non aveva bisogno delle parole per comunicare. Avevamo un bellissimo rapporto e a volte bastava un gesto. Pensa - dice sorridendo – che il suo modo di arrabbiarsi era tacere: faceva il “digiuno delle parole”. Ci capivamo insomma e io lo aiutavo volentieri. Abbiano fatto assieme tanti mobili e infissi quando andavo ad aiutarlo nel suo laboratorio…qual è la cosa che in questa storia mi ha ferito di più? Che era giovane – dice Elia – e aveva ancora tanto da dare”.
Aruna Prem, capelli nero corvino, osserva il corteo e abbraccia gli amici. Ha ben chiaro il valore simbolico di questa marcia di persone che si chiedono, come tanti che non sono venuti, come sia possibile morire in prigione nell’Italia del 2007: “Vogliamo giustizia, chiarezza, verità”, dice mentre il corteo si snoda dalla periferia di Perugia verso una piazza più centrale. “Se ho fiducia nella magistratura? Devo averla, ci devo sperare”.
Poco più avanti ci sono Gioia, la prima moglie di Aldo. E Roberta, la compagna che quel maledetto venerdi venne portata a Capanne con lui. Gli amici si stringono vicini. Qualche passo indietro c’è Giuseppe Bianzino, il padre di Aldo, viso incorniciato da una barba candida e una somiglianza evidente con l’ebanista di Pietralunga i cui mobili e mobiletti sono sparsi un po’ in tutto il circondario. “Difficile – dice - avere in Italia molta fiducia nella magistratura. Non che non ci siano bravi magistrati, anzi. Ma la nostra è una storia piena di buchi, casi irrisolti, indagini che non hanno portato a nulla. Cosa ricordo di Aldo? L’ultima volta l’ho visto in agosto. Stava bene e anzi mi pareva più sereno del solito e con qualche chilo in più, che non guastava. Aveva ritrovato anche quell’ironia tipica di quand’era ragazzo. Poi ci siamo abbracciati….” Ma qui Giuseppe Bianzino si ferma. Come se volesse, comprensibilmente, difendere l’intimità dei sentimenti dall’invadenza a volte quasi voyeurisitica di noi giornalisti. E che in questi giorni di tragedia qui a Perugia sembriamo più attenti ai delitti “piccanti” che non ai casi dove al centro c’è un’evidente violazione di diritti nel cuore del sistema di sicurezza dello stato. “Ma si sa – dice – certe cose non fanno vendere”.

MUORE IN CARCERE A PERUGIA, GLI AMICI IN PIAZZA

il manifesto del 10 Novembre 2007
Caso Bianzino
«Aldo, in piazza per la verità»
Oggi la manifestazione a Perugia. E i funerali
Gabriele Carchella

A Perugia si chiede giustizia. Per le strade del capoluogo umbro oggi si manifesta per reclamare la verità sul caso Bianzino, il falegname di 44 anni morto in carcere per cause misteriose. La marcia, promossa dal neonato «Comitato verità per Aldo Bianzino», prenderà il via alle 15 da piazzale del Bove. In tanti hanno dato la loro adesione, a cominciare dalle realtà che formano il comitato: Arci, radicali, amici di Aldo, varie associazioni e circoli. La marcia sarà preceduta dall'incontro a Palazzo Donini tra l'assessore regionale Damiano Stufara e Roberta Radici, compagna di Bianzino. Con questo incontro, la regione Umbria si impegna a richiedere un'inchiesta rapida ed efficace e, forse, anche a sostenere materialmente la famiglia Bianzino. Domani pomeriggio, invece, si svolgeranno i funerali.
Sul caso Bianzino interviene anche Flavio Lotti, coordinatore della Tavola della Pace: «Siamo scossi da questa grave vicenda, che somma ad altri tragici fatti che da qualche tempo ruotano intorno a Perugia. Ci sentiamo molto coinvolti, ma siamo fiduciosi che si possa far luce sulla verità. Il diritto alla giustizia è uno dei principali affermati dalla Dichiarazione universale dei diritti umani per la quale abbiamo marciato lo scorso 7 ottobre da Perugia ad Assisi». Persone e associazioni si stringono dunque attorno alla famiglia Bianzino, in un caso che getta una cupa ombra sulle nostre carceri. Per capirne qualcosa di più, si attendono gli esami approfonditi, che richiederanno altre settimane di attesa. Forse le perizie mediche potranno spiegare se le lesioni al cervello, la costola fratturata e le altre tracce trovate sul corpo di Aldo sono da collegare a un pestaggio così ben eseguito da non lasciare ematomi esterni. L'unica certezza, al momento, è che Bianzino in carcere era entrato con le sue gambe e in buona salute. Le porte della prigione di Capanne si erano aperte per lui e sua moglie, prelevati dalla casa di Pietralunga, con l'accusa di coltivare cannabis. Del caso ci si occupa anche a Roma.
Il ministero della Giustizia, per ora, non si sbilancia: di fronte alle numerose interrogazioni parlamentari, il dicastero del ministro Mastella preferisce temporeggiare. La risposta alle interrogazioni degli onorevoli Bugio e Migliore è stata letta mercoledì scorso a Montecitorio dal ministro per l'Attuazione del programma Giulio Santagata, in quanto Mastella era impedito a presenziare. Per il guardasigilli, le cause della morte di Aldo Bianzino sono tutte da esplorare. Il ministro riconosce che Bianzino, nella visita all'ingresso del carcere, «è stato trovato in condizioni discrete di salute e senza alcuna lesione fisica». Ma al tempo stesso specifica che «è stato collocato da solo in una cella ubicata presso la cosiddetta "zona filtro" per valutare la presenza di fattori di rischio connessi alla sue condizioni di soggetto facente uso da più di venti anni di sostanze stupefacenti». Insomma, secondo questa versione, Bianzino non stava male ma non scoppiava neanche di salute. Un'ipotesi che sembra avvalorare la tesi di un arresto cardiaco, la prima formulata dai medici legali. E trapelata all'esterno del carcere di Capanne ancor prima delle conferme ufficiali, quasi a voler escludere qualsiasi responsabilità delle autorità carcerarie. Comunque, il ministro della Giustizia rimane aperto ad altre spiegazioni: «L'ipotesi che la morte del signor Bianzino possa essere conseguenza di una condotta colpevole, sia pure di natura puramente omissiva, è uno dei temi delle investigazioni in corso».
* Lettera22

VERITA’ PER ALDO - Il carcere? sicuro da morire!

SABATO 10 Novembre - Manifestazione e Assemblea

Partenza alle ore 15 Piazzale Bove - Perugia

VERITA’ PER ALDO

Il carcere? sicuro da morire!

Aldo Bianzino e la sua compagna Roberta il 12 ottobre sono stati arrestai con l’accusa di possedere e coltivare alcune piante di marijuana. Trasferiti il giorno dopo al carcere di Capanne, sono separati. Roberta condotta in cella con altre donne, Aldo, in isolamento.

Da quel momento Roberta non vedrà più il suo compagno lasciato in buone condizioni di salute. La mattina seguente, domenica 14 ottobre alle 8,15, la polizia penitenziaria entrata nella cella, trova Aldo agonizzante che poco dopo muore.

Immediatamente la ex moglie, la compagna, i figli e gli amici si mobilitano per fare chiarezza su questa ingiusta morte chiedendo verità e giustizia perchè di carcere non si può morire!

Di fatto dopo un goffo tentativo di insabbiamento da parte delle autorità carcerarie (le prime indiscrezioni psulle cause della sulla morte si riferivano ad un improbabile infarto) famiglia e amici vengono a sapere che dall’autopsia risulta che Aldo è stato vittima di un vero e proprio pestaggio, il corpo infatti presentava una frattura alle costole, gravi lesioni al fegato, alla milza e al cervello.

Aldo Bianzino è morto ormai da più di due settimane.

Il silenzio delle istituzioni e dei rappresentanti della politica, dei cosiddetti garanti della nostra sicurezza sociale è assordante.

Indaffarati a sperimentare modelli di governance escludenti, a scagliarsi contro ambulanti, lavavetri, vagabondi, non hanno trovato, non stanno trovando, non trovano il tempo per superare l’alone di impunità, per denunciare chi umilia le persone sotto custodia, infligge sofferenze fisiche e psichiche ai detenuti, uccide.

E' tempo per noi di prendere posizione, spazio e voce.

Di raccontare. Di mantenere viva la memoria collettiva. Di evitare pericolosi insabbiamenti e difendere le nostre esistenze e le nostre pratiche identitarie da abusi, repressioni e pestaggi, “venduti”come atti di legalità.

E’ tempo di disinnescare le “paranoie” securitarie e arrestare le aggressioni proibizioniste, disattivare le dinamiche di esclusione e di controllo sui corpi.

Di resistere alla criminalizzazione degli stili di vita, alla violenza dell’intolleranza, all’esercizio arbitrario dei poteri di repressione e di controllo, alla manipolazione dell’informazione.

E’ tempo di agire, di porre interrogativi a chiunque desideri verità e giustizia per Aldo Bianzino, Giuseppe Ales, Federico Aldrovandi, Alberto Mercuriali. Marcello Lonzi.

E’ tempo di reclamare la scarcerazione immediata dei 5 ragazzi di Spoleto, vittime di una perversa applicazione del 270bis, strumento di controllo e intimidazione preventiva utilizzato ormai per sedare qualunque forma di dissenso.

E’ tempo di costituirci in comitato per la verità su Aldo, di ottenere verità e giustizia sugli omicidi di stato, di abrogare la legge Fini-Giovanardi e reclamare la fine di ogni proibizionismo, di contrastare e opporci ad una società che sempre meno tollera qualsiasi espressione fuori dalla norma, di farci carico delle sorti dei processi per il g8 di Genova rispondendo ai pruriti vendicativi del potere con una manifestazione nazionale che contrasti e interrompa la costruzione di processi di oblio e rimozione collettiva.

SABATO 10 Novembre Perugia Manifestazione e Assemblea

Partenza alle ore 15 Piazzale Bove - Perugia

Un appuntamento nazionale contro tutte le intolleranze.

Perchè un paese intollerante e’ tutto tranne che un paese sicuro!

Perchè per una pianta d’erba in cella non si deve finire!

Perché in carcere non si deve morire!Verità per Aldo!

http://veritaperaldo.noblogs.org/

VERITA’ PER ALDO


Ieri erano i Santi (quelli con la maiuscola)
Oggi è il giorno dei ... morti (con l'iniziale minuscola !?)
... Troppi !!!
... non me la sento di andare a trovarli tutti ...
intanto, "per tradizione popolare", sono loro che tornano da noi ... vivi !
Anzi ormai tutti i giorni sono ... dei morti ...
e quelli, vittime dell'intolleranza, sono i più vivi ... nel ricordo !
Anche se non li conoscevo personalmente ... sono le persone che sento di dover ricordare con più intensità ! Con maggior rabbia ! Con dovere civile ! Con senso di responsabilità e solidarietà !

VERITA’ DIGNITA' GIUSTIZIA PER ALDO, PER ALBERTO, PER FEDERICO
CONTRO L'INTOLLERANZA ZERO ... DI STATO !!!
Manifestazione Sabato 10 Novembre a Perugia

INTOLLERANZA ZERO ... DI STATO

ricevo dall'amico FRANCESCO PIOBBICHI

Aldo Bianzino viveva vicino a dove sono nato, Aldo è morto in circostanze sospette dopo essere finito in carcere perchè accusato di coltivare marijuana. Sembra che queste notizie comincino a diventare normalità in un paese che fra giri di vite e pacchetti sicurezza sta lentamente scivolando verso una forma di autoritarismo di cui non si conosce la fine. Sembra quasi che stia (ri)nascendo una zona d’ombra nella nostra democrazia, generata dall’intreccio tra retoriche securitarie e piano simbolico, tra guerra al povero e disprezzo per la diversità. Né Repubblica né il Corriere hanno scritto una riga sulla vicenda, impegnati come sono a mobilitare il ventre molle del nostro paese contro il capro espiatorio di turno. Per loro la morte di un cittadino pacifista che finisce in galera per coltivazione di marijuana e che in una cella d’isolamento trova la morte (sembrerebbe per le botte prese) non fa notizia. Si dirà che i giudici hanno da subito aperto un’indagine, si dirà che in un paese di diritto queste cose vanno subito chiarite e che verrà fatta giustizia, si dirà questo e tanto altro. Quello che non si dice però è che la vicenda di Aldo Bianzino sembra simile a quella di altri, come quella di Giuseppe Ales, di Federico Aldrovandi, di Alberto Mercuriali caduti uno dietro l’altro dentro il buco nero della nostra democrazia, un fossato scavato nel tempo, con gli arnesi della stigmatizzazione mediatica e dell’etichettamento, con il lavoro costante degli imprenditori politici della paura rafforzato con il mantra della zero tolleranza. Un pozzo senza luce dove in fondo si trova la repressione senza mediazioni, fisica o psicologica che sia poco importa. Che sia il titolo di un giornale ad uccidere un ragazzo o una manganellata, quello che emerge è il carico di violenza spaventoso che pervade queste storie. Storie d'innocenti che avevano la sola colpa di avere uno stile di vita alternativo, di essere sospettati di utilizzare sostanze o di fumarsi una canna in un parco, di girare senza documenti o di coltivare marijuana per uso personale in un paese che invece dei trafficanti persegue i consumatori. Come non accorgersi che queste vicende, che non a caso accadono nella provincia “comunitaria” sono molto simili a quelle dove la violenza viene agita direttamente dalla società dei “normali”. In fin dei conti un filo rosso lega le coltellate a Renato Biagetti, considerato da un fascista una zecca da colpire solo perché ascoltava musica reggae fino a tardi, alle prese in giro che portano minori a togliersi la vita, gettandosi dal terzo piano perché considerati gay. Sembra che ci sia nel nostro paese una sorta di “spontaneismo intollerante” che agisce violentemente, psicologicamente e fisicamente contro la diversità generalmente intesa. Un fenomeno che trova sponda, accoglienza e legittimazione nell’idea di una società tradizionale messa sotto assedio dalla modernità che va difesa a tutti i costi, una dinamica che viene alimentata quotidianamente nel discorso pubblico utilizzando la logica del capro espiatorio che condensa in sé tutta l'ansia sociale. Altro che la sicurezza non è di destra né di sinistra, se uno come Amato non ha mai fatto caso che se sul piano dei linguaggi e dei segni legittimando la tolleranza zero si finisce al tempo stesso per legittimare l’intolleranza vuol dire che sul piano della cultura politica c’è uno smottamento senza precedenti. Una deriva questa che produce i suoi effetti travolgendo sia il rispetto dei diritti e delle garanzie costituzionali, ma anche e soprattutto l’idea stessa di società moderna. Io penso che questi segnali ci dicano che è arrivato il punto limite, e che c'è la necessità di dare una risposta immediata sia sul livello normativo che su quello dell'egemonia culturale. Sembra insomma che la nostra societa non sia più in grado di metabolizzare i fenomeni che l'attraversano, e che stia delegando all'apparato repressivo la risoluzione di tutte le sue contraddizioni; perchè questo avvenga è sicuramente il frutto di dinamiche complesse e multifattoriali, sulle quali occorre riflettere seriamente. Quello che è certo però è che questa deriva va contrastata a fondo, senza cedimenti, per questo rivolgo un'appello per organizzare al più presto, in una modalità tale da permettere la massima convergenza di tutte le forze che ritengono utile impegnarsi in questo senso, un grande appuntamento nazionale contro l'intolleranza, perché un paese intollerante è tutto tranne che un paese sicuro.

TUTTI I DIRITTTI DI TUTTI

le mie foto della marcia per la pace Perugia Assisi 2007
Tutti i DIRITTI di tutti ... un'affermazione che deve diventare imperativo di vita per ognuno di noi ... nessuno escluso ... per questo motivo abbiamo condiviso il percorso dei 26 chilometri da Perugia ad Assisi con migliaia di persone, senza gerarchie, e senza divisioni sociali, culturali e politiche ...

In 200.000 da Perugia ad Assisi per la pace e i diritti: "Con tutte le Birmanie del mondo"